Il Trattativista

La storia della DC nella vita politica del nostro Paese è molto più complessa di quanto, a distanza di quasi tre decenni dalla sua scomparsa, una certa schiera di intellettuali, opinionisti e giornalisti riescano a rappresentare o a interpretare.

E’ molto più complessa rispetto alla semplice logica nostalgica contemporanea, dove si sottolinea solo il suo aspetto di potere felpato, o, la sua capacità di mediazione.

Tutte caratteristiche vere, ma che non giustificano e non spiegano i cinquantanni di governo in Italia e che sono portate ad esempio perché gli epigoni della seconda o forse anche della terza repubblica si mostrano nel pieno dei propri limiti, specchio fedele di un Paese che non produce più classe dirigente, a tutti i livelli.

La storia della DC è complessa e viene ad essere narrata in maniera insufficiente se la si riduce a mera gestione del potere e si dimentica o si tralascia volutamente e strumentalmente il suo pluralismo interno, frutto dei forti legami sociali con i corpi intermedi, riducendola a sola lotta tra correnti.

Una di queste componenti culturali, forse la più ideologizzata e “militare” fu quella di Forze Nuove e l’ultimo suo leader fu Franco Marini scomparso qualche giorno fa.

Leggere la storia personale del Senatore Marini è leggere non solo la storia di “Forze Nuove”, ma anche dell’intera sinistra sociale democristiana, del suo essere interlocutrice privilegiata dei mondi cislini, aclisti e del meglio dei fermenti che hanno attraversato il mondo cattolico soprattutto dopo il Concilio Vaticano II e il 68.

Franco Marini ha una storia di vita emblematica e molto simile ai tanti che attraverso l’impegno sindacale e politico si sono affrancati da un destino già segnato dalla nascita.

Nato in una famiglia numerosa e modesta, rimane orfano di madre presto e solo perché una sua insegnante convince il padre a non iscriverlo all’istituto tecnico, ma al liceo classico la sua vita prende una curva diversa e di questo sarà sempre grato tanto da ricordare, anche in anni recenti, quell’insegnante e il fatto che questa scelta suggerita gli aveva aperto un mondo.

Laureato in giurisprudenza, già negli anni universitari aveva incominciato a lavorare presso l’ufficio “Contratti e Vertenze della Cisl”.

Nel 56 lo mandano a frequentare il “corso lungo” a Firenze al centro studi della Cisl fondato nel frattempo da Mario Romani, uno dei padri dei “sindacato nuovo” fortemente contrattualista e autonomo. Un corso che segna già il suo destino perché tra i suoi compagni ci sono personaggi del calibro di Pierre Carniti e Eraldo Crea oltre ad altri nomi che faranno la storia del sindacato cattolico negli anni successivi.

In Cisl lui percorre tutti i gradi stando anche in minoranza quando il Segretario Generale diventa Carniti, più spostato a sinistra e lui di fede DC fa l’aggiunto.

Quando poi succede a Carniti colpito durante il congresso da infarto, Marini, diventato numero uno, riesce in una impresa che, allora, molti davano per una scommessa persa. Tiene insieme la Cisl, ne mantiene l’unità, ma lo fa nel pieno pluralismo delle opinioni e identità culturali.

Ma se, come amava spesso dire, se nel sindacato non aveva avuto maestri perché lì si era fatto da solo, così non è stato, per sincera ammissione, in politica dove il suo maestro riconosciuto e rispettato fu Carlo Donat-Cattin, “il Ministro dei Lavoratori”, tanto che poi, lo stesso Donat-Cattin, lo indicò come suo successore alla guida della corrente di Forze Nuove. E, nel 1991, dopo la morte del leader gli succede anche come Ministro del Lavoro. Da lì in poi è un’altra storia.

Dopo la fine della DC Marini non ha dubbi con chi schierarsi e rimane nel PPI diventandone segretario nazionale dal 97 al 99.

Poi segue il suo impegno nella Margherita e nel PD e nel 2006 da Senatore diventa Presidente di Palazzo Madama, ultimo suo incarico perché nel 2013, nella generale debacle del centrosinistra manca l’elezione.

Così come, sempre in quell’anno, proposto da Bersani, segretario del PD, come possibile successore di Napolitano, pur raggiungendo la considerevole quota di 521 voti al primo scrutinio, viene affondato, dopo Prodi, a dire il vero, dai “franchi tiratori” del PD ed è costretto a ritirare la disponibilità.

Muore di covid il 9 febbraio a 87 anni. Franco Marini non è mai stato un intellettuale come lo è stato Donat-Cattin o l’altro grande vecchio di Forze Nuove, Sandro Fontana anche lui scomparso qualche anno fa.

Marini era un uomo macchina, un uomo dotato di grandi capacità organizzative.

Alcuni gli affibbiarono il nomignolo di “lupo marsicano” convinti di fargli un torto e diminuirne il peso riducendolo a semplice signore delle tessere e dei voti, ma quando occorreva presenziare ai tavoli per le liste, del Governo o del sotto governo, i fini intellettuali che lo consideravano un orpello del passato, mandavano lui a trattare e non altri.

Come scrivevo prima, Marini, non era certo un intellettuale, non era certo uno di quelli che piacevano e piacciono ancora a quel nostro mondo cattolico un tantino fariseo e un tantino elitario sempre buono a rivendicare al momento opportuno il proprio pedigree di storico iscritto a questa o a quella associazione o movimento religioso e sempre pronto a mettersi a disposizione, per servizio naturalmente, per qualche incarico politico o amministrativo.

Marini è stato un uomo profondamente dotato di umanità concreta e pratica, ma sempre e costantemente influenzato dalla dottrina sociale della Chiesa.

Il suo obiettivo, sia da sindacalista, sia da politico è stato quello di promuovere la persona. Sostenere i più fragili ovunque li trovasse. Se poi questo lo ha fatto commettendo errori, questo certamente non deve stupire. Tuttavia, Marini è stato uno di quelli che ha sempre voluto “presidiare le frontiere” del cattolicesimo sociale, come gli aveva insegnato il suo maestro Donat- Cattin.

E di questo lui ne sentiva il compito e l’importanza.

Certo, amava l’idea del popolarismo e amava il “centro”, però, è bene ricordarlo, quando Buttiglione, da segretario nazionale del PPI, che lui aveva sostenuto, voleva portare i popolari a destra con Berlusconi, lui schierò tutto il suo peso contro, per fermare una deriva che mai e poi mai avrebbe accettato.

Con Franco Marini scompare uno degli ultimi “cavalli di razza” DC e forse l’ultimo testimone del cattolicesimo sociale, quel mondo minoritario certamente nella DC, fatto da cislini, aclisti, cooperanti, piccoli artigiani, ceti popolari nel vero senso della parola, minoritari, scrivevo, nella Balena Bianca, che l’ancorarono non solo all’idea di un partito popolare e con sguardo al centrosinistra, ma che la obbligavano a fare i conti con le richieste di modernità, di promozione e di affrancamento dei ceti meno abbienti, unico modo e garanzia per evitare la caduta nel conservatorismo, cosa purtroppo che è avvenuta al PPE in Europa ed è per questa ragione che per noi “popolari dentro” grazie anche a persone come Franco Marini, la scelta del centrosinistra e del PD è stata più semplice e naturale.

Roberto Molinari

Direzione Ple PD

Varese

(www.rmfonline.it del 19/02/2021 )

Franco Marini, un uomo schietto e coerente

Franco Marini, un uomo schietto e coerente

Con la scomparsa di Franco Marini se ne va un pezzo, ancorchè significativo e di grande qualità, della storica tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro paese. Un filone ideale che ha accompagnato e arricchito la crescita e il consolidamento della democrazia nel nostro paese e che ha partecipato attivamente, attraverso i suoi leader, ad affrontare e a sciogliere i nodi politici più difficili che si affacciavano di volta in volta all’attenzione dell’agenda politica italiana. E Franco Marini queste sfide e queste difficoltà le ha vissute ed affrontate con la schiena dritta, sempre da protagonista e da combattente. Com’era, del resto, il suo carattere. Ruvido ma profondamente e autenticamente umano. Disponibile al dialogo e al confronto senza mai assumere atteggiamenti dettati da una valenza ideologica o riconducibili ad una chiusura pregiudiziale. Così è stato per lunghi anni nel sindacato, nella “sua” Cisl, e così è stato, a maggior ragione, nell’impegno politico, nel partito di ispirazione cristiana e come uomo delle istituzioni. Certo, era simpaticamente definito come “lupo marsicano” a conferma del suo radicamento territoriale e dell’amore per la sua terra d’origine, l’Abruzzo. Ma anche, e soprattutto, per richiamare la coerenza, la bontà e la solidità del suo carattere.

Franco Marini però, al di là del suo lungo e ricco magistero sindacale, politico ed istituzionale, è stato anche e soprattutto un solido punto di riferimento della tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro paese. La sinistra sociale di Forze Nuove, il suo fecondo e straordinario legame, umano e politico, con Carlo Donat-Cattin e con l’universo del popolarismo di ispirazione cristiana, hanno fatto di Marini per molti anni il punto di riferimento per eccellenza di questa nobile e qualificata corrente ideale. E proprio il protagonismo politico, sociale, culturale ed istituzionale dei cattolici popolari non poteva prescindere dal suo apporto, dalla sua storia e dal suo esempio concreto e tangibile. Un sodalizio, quello con Donat-Cattin, che ha segnato la sua presenza nella Cisl e nell’impegno concreto nella politica. Sempre all’insegna dei valori e della cultura del popolarismo di ispirazione cristiana. Una leadership, quella politica, che Marini assume in prima persona dopo la scomparsa di Donat-Cattin nel marzo del 1991. Prima attraverso la guida di Forze Nuove, la storica corrente della sinistra sociale nella Democrazia Cristiana e poi, dopo la fine della Dc, con l’impegno diretto nel Ppi, nella Margherita e infine nel Partito democratico. Una “bussola nella tempesta” per citare il titolo di uno dei suoi tanti editoriali scritti sulla rivista di Donat-Cattin, “Terza Fase”. E Franco Marini, per molti anni, è stato veramente un bussola decisiva per l’impegno politico concreto dei cattolici popolari e dei cattolici democratici nella società. Aiutato, certo, anche dal suo carattere e dalla sua indole. Un uomo schietto, coerente, dove la mediazione non era mai un cedimento al ribasso ma lo strumento per raggiungere un obiettivo che aveva nella difesa e nella promozione dei ceti popolari il suo naturale epilogo politico. Era un uomo che puntava alle scelte concrete. La sua formazione culturale, ma soprattutto il suo apprendistato sociale, non potevano sfociare mai in dissertazioni astratte o virtuali. Al centro di ogni riflessione e di ogni discussione – nella corrente di Forze Nuove come nel partito, negli articoli sulle riviste come negli interventi ai convegni – c’era sempre la sottolineatura dei bisogni, delle istanze, delle domande e quindi della difesa dei ceti popolari. Un filo rosso che ha segnato la sua vita, il suo impegno sociale e politico, la sua presenza nelle istituzioni e anche e soprattutto il suo stile di vita.

Ecco perché il magistero di Franco Marini non si ferma oggi. Prosegue. Va avanti. La sua testimonianza ricca di valori, di scelte, di cultura politica e di azione concreta richiedono un rinnovato impegno dei cattolici democratici e popolari nella società contemporanea. E anche per ricordare il suo “coraggio”. Perché Franco Marini era soprattutto un uomo coraggioso. Le sue scelte nelle diverse fasi storiche, concrete e sempre ispirate all’universo valoriale del cattolicesimo democratico, popolare e sociale, fanno di Franco Marini un punto di riferimento insostituibile per chi vuole continuare a testimoniare questa cultura e questi valori nella cittadella politica italiana attuale.

Giorgio Merlo
( il pezzo è stato pubblicato dal sito della fondazione Donat-Cattin )
(www.fondazionedonatcattin.it )

Molinari: «Il PD di Varese modello per arginare il centrodestra sovranista»


Mia intervista di Andrea Della Bella pubblicata su www.malpensa24.it


VARESE – «Alle prossime amministrative i varesini con il loro voto potranno esprimere un giudizio sul lavoro fatto dall’amministrazione Galimberti. E’ credo che questa sia una bella novità dopo anni di immobilismo. E potranno scegliere tra chi ha realizzato e sta realizzando progetti concreti e chi invece è fermo a una visione ideologica, e superata, di una Varese “chiusa” in se stessa». Parte da qui Roberto Molinari, assessore ai Servizi sociali e uno degli “architetti” politici che ha contribuito a progettare e costruire il Pd di governo a Palazzo Estense. E che in questo momento di “grande confusione sotto il cielo”, fa le carte alla politica nazionale e locale, Partito Democratico compreso, con vista sulla prossima sfida elettorale.

Molinari, partiamo da Roma: quello che con Giuseppe Conte era impossibile, con Mario Draghi sta per diventare realtà, ovvero governerete con la Lega. E nel PD non siete tutti esattamente felici, o ci sbagliamo?
«In linea generale credo ci si saranno cambiamenti, forse anche scissioni e ricostruzioni a partire dai Cinque stelle, ma che attraverseranno tutti i partiti. Che potrebbero anche tradursi a livello locale. Ma non ho la sfera di cristallo per dire come andrà. Detto questo, il rapporto con la Lega e la convivenza con un partito sovranista e agli antipodi rispetto a noi è una questione di non poco conto».

Questione che resterà relegata a Roma. A Varese, una delle certezze è che Pd e Lega saranno avversari. Nessuno stravolgimento, insomma.
«Credo proprio di sì. Anche perché, al di là del cambio di rotta governativo del Carroccio a Roma, qui in città sfideremo un centrodestra sovranista che non ha ancora elaborato la sconfitta di cinque anni fa. Che, inoltre, sottoporrà ai varesini un modello di città fermo agli anni Venti. Con una bella differenza, oggi Varese non è più la città dei quarantamila abitanti».

Il candidato del centrodestra però è Roberto Maroni, che non è esattamente un sovranista, non crede?
«Non basta una persona per cambiare il Dna. Il centrodestra varesino sarà sovranista indipendentemente da chi sarà candidato».

Ma per Palazzo Estense sarà sfida a due?
«Diciamo che saranno due i candidati che si giocheranno la fascia tricolore, Galimberti e Maroni. Ma i candidati sindaco saranno di più. Poi bisognerà vedere quanti correranno con la prospettiva di superare percentuali residuali. Anche perché sul risultato in queste elezioni più che in quelle passata peserà il voto utile».

E il terzo polo?
«Se ci sarà, mi auguro che ponderino bene la scelta di campo che faranno. Anche se non escludo che ci possano essere anche il quarto o il quinto polo».

Ammetterà che la situazione è complessa a Roma, ma di riflesso anche a Varese. E in questo il Partito Democratico come si dovrà muovere?
«Da protagonista, ma senza voler diventare il partito egemone delle coalizione. Che se vogliamo è quanto il Partito Democratico di Varese ha fatto per arrivare, cinque anni fa, alla vittoria con Galimberti. E che continua a fare con il cantiere politico aperto che dialoga e va oltre la maggioranza. La quale, vorrei ricordare, nel corso di questo mandato ha ragionato sull’inclusione. Italia Viva è stata coinvolta è oggi è parte di questo progetto».

Sarà così con i Cinque stelle?
«Si, ma senza l’eccessivo appiattimento che a Roma c’è stato durante il governo Conte»

Scusi, starà mica dando ragione a Matteo Renzi?
«Personalmente non ho l’incubo di Renzi. Il problema non è il leader di Italia Viva, ma quale sarà la posizione del PD. Che non può essere di retroguardia. Né a Roma, Né a Varese».

E con Varese 2.0 sarà inclusione o esclusione?
«Non è stata la maggioranza a prendere le distanze da loro. Anzi, auspico che Varese 2.0 possa rivedere la posizione che ha assunto. E resta da capire cosa farà Azione, che al momento, in provincia, ha una linea politica “a macchia di leopardo”, ondivaga e poco comprensibile».

Allargamento d’accordo, ma fin dove il Partito Democratico oserà allargare i “confini” politici?
«Stiamo lavorando e dialogando con forze che non facevano e non fanno parte di questa maggioranza, ma hanno mostrato nel corso dei cinque anni di apprezzare il progetto e quanto fatto. Anche la lista del PD non sarà composta di soli militanti del partito. E poi, bisognerà vedere cosa accade a Roma».

Non alla Lega, ma un “pensierino” su Forza Italia lo state facendo?
«Una cosa mi pare evidente: è proprio in Forza Italia che si potrebbero aprire le contraddizioni più evidenti. E loro non potranno restare a lungo supini al Carroccio, anche a fronte di un elettorato fluido e che guarda con positività all’azione di Mario Draghi. Tanto più che a Varese la Lega e, mi par di vedere il centrodestra più in generale, è tutt’ora molto sovranista».

Andrea Della Bella

C.M.F

Ci sono persone che, stranamente, sopravvivono, soprattutto, nel ricordo di chi le ha conosciute. Ci sono persone che meriterebbero di essere ricordate con generosità non solo da parte di chi le ha conosciute, ma anche da chi dovrebbe avere una particolare sensibilità rispetto al ruolo che queste hanno avuto nella loro vita, civile, politica, sociale e intellettuale. Ci sono persone che meriterebbero qualche momento in più del nostro tempo per essere ricordate per quello che hanno rappresentato nella loro storia per gli altri e non lo sono perchè la memoria è spesso solo dei “custodi” e non di mass media ormai senza più memoria, afflato e radicamento sociale.

Una di queste persone è sicuramente Camillo Massimo Fiori, per tutti noi che lo abbiamo conosciuto Massimo, scomparso il 4 febbraio del 2016. E mi piace scrivere proprio su queste pagine che l’amico Lodi mi ha messo a disposizione e che, in qualche modo, sono il luogo migliore per ricordarlo in una comunità virtuale di amici che lo stimavano e che lo apprezzavano.

Io ho conosciuto Massimo solo negli anni 80 quando la sua parabola politica aveva già superato lo zenit, ma con lui, fin da allora e sino alla sua scomparsa, ho sempre intessuto un dialogo ed un confronto che andava al di là della differenza di età.

Massimo è stato un intellettuale nella Democrazia Cristiana di Varese e del mondo cattolico varesino. Questo suo essere intellettuale lo ha sicuramente danneggiato rispetto al suo essere politico, ma forse e qui chiedo il conforto di quanti lo hanno frequentato come me e più di me, forse questo lo ha preservato e aiutato nel suo vivere quotidiano e nella sua militanza.

Quando ancora il mondo cattolico aveva un suo radicamento e una sua fortissima valenza sociale a Varese ( come nel resto del Paese a dire il vero ) Massimo era impegnato nelle ACLI sia con ruoli provinciali, sia nazionali e, contemporaneamente, nella Democrazia Cristiana varesina militava da leader locale di quella che allora era conosciuta come la “sinistra sociale”, la corrente di Forze Nuove di Pastore, prima e di Donat-Cattin poi.

Spesso si dice che la politica è lo strumento di affrancamento dei ceti popolari. Ebbene credo che Massimo con la sua attività e con la sua capacità di elaborare pensieri abbia incarnato tutta la vita questo paradigma. Ricordo quando mi raccontava che aveva iniziato a lavorare in una scuola superiore di Gallarate come applicato di segreteria e poi, solo dopo qualche tempo, era finito a lavorare in quella che allora era una signora banca in via Marcobi e questo passaggio gli aveva consentito, lui che usava solo mezzi pubblici, di ritornare a fare politica nella sua città.

Ricordo di quando mi raccontava dei duri congressi aclisti quando lui, DC fino al midollo e forse ancora di più come cattolico, contestava la scelta socialista di Labor e si manteneva fedele all’impegno di militante politico in Forze Nuove che, vedeva, come strumento basilare affinchè la Balena Bianca, in epoca di contestazione, non perdesse il suo radicamento popolare. E ricordo anche quando mi narrava di come, lui che avrebbe potuto fare il parlamentare, mancò per un soffio l’elezione soprattutto per i voti che alcuni “amici” di corrente gli fecero mancare.

Io ho conosciuto Massimo, da giovane militante DC, quando era direttore della “Voce delle Prealpi” il periodico della Democrazia Cristiana di Varese che lui, dopo la parentesi di leader di corrente ormai defenestrato, aveva “ricevuto” come risarcimento dai vertici del partito.

E ricordo che la sua “direzione” non era banale e le riunioni di redazione non erano mai solo il decidere quale pezzo scrivere e chi lo doveva scrivere, ma erano un confronto aperto e ampio di cultura politica e di commento dei fatti politici locali e nazionali.

Massimo non aveva potuto frequentare l’università, ma, attraverso la politica si era dato una vasta se non immensa cultura.

Di qui l’affrancamento e il protagonismo sociale di cui scrivevo prima. Ma Massimo era anche un uomo di fede, di una profonda e coerente fede cresciuta nelle certezze, ma anche nei dubbi post-conciliari dell’oratorio di San Vittore.

Massimo è stato anche consigliere provinciale quando la Provincia era luogo di “progettazione” ampia su tutto il territorio, ma il vero ruolo di Massimo, almeno, questa è la convinzione che io mi sono fatto negli anni, il ruolo a lui più congeniale era quello del pensatore e del divulgatore.

Lui era un lettore onnivoro, ma la cosa straordinaria era e lo ricordo bene, la sua capacità di raccontare l’ultimo testo letto e di renderlo attuale al momento politico.

Con lui, sia nella direzione DC, sia nella redazione de “La Voce”, coadiuvato dal mitico Sergio Morosinotto, o in qualsiasi assemblea di iscritti, il livello si alzava perchè per Massimo, l’alzare “l’asticella” della consapevolezza era la vocazione del politico serio, atto necessario per fare quella pedagogia politica utile per fuggire dalla banalità del dilettantismo o dagli squallidi routinier di potere sempre in agguato.

Probabilmente, anzi certamente, Massimo Fiori non ha avuto dalla politica quegli incarichi a cui, legittimamente, ha aspirato. Gli mancava il “physique du role”, ma il suo ruolo, la sua influenza e il suo pensiero, come tutta la sua militanza sociale e politica, da cattolico e di cattolico andrebbero, oggi, in tempi così lontani, riscoperte, indagate e conosciute.

Chissà, forse un giorno, noi dell’ “Associazione dei Popolari Varesini”, ultimi custodi della memoria locale di un certo cattolicesimo democratico, chissà, forse un giorno, riusciremo a promuovere una ricerca, una borsa di studio, su un testimone di un tempo che fu come lui.

Roberto Molinari

Associazione Popolari Varesini

www.rmfonline.it del 5/02/2021