Vaccini sì, ma quando?

Indicazioni provvisorie, se non vaghe

Circa una settimana fa è stato approvato dalla Regione Lombardia il suo quarto piano vaccinale. Nel momento in cui scrivo, la Giunta Regionale, ha licenziato il quinto correggendo, in buona parte, quello precedente, ma lasciando alcune vaghezze che confidiamo siano coperte nel breve.

Probabilmente, Draghi procederà ad un processo di accentramento dei piani evitando così la frammentazione regionale che fa si che oggi ci sia un piano diverso per ogni regione. Il nuovo corso dato alla Protezione Civile rimettendola al centro dell’azione sembra già un passo in avanti verso questa soluzione, così come la nomina di un Generale già responsabile della logistica dell’esercito a Commissario all’emergenza al posto di Arcuri. Questi aspetti confermano una certa provvisorietà rispetto a tutti gli elaborati fin qui proposti ed un possibile cambio di rotta, magari anche significativo, anche nei prossimi giorni.

Ma, per ritornare alla Regione Lombardia, la Moratti e Bertolaso sostengono, nell’ultimo elaborato, che entro il mese di giugno la campagna di vaccinazione massiva potrà essere terminata ( 6,6 milioni di persone ) e che per raggiungere questo obiettivo si dovrà procedere a fare 170 mila vaccinazioni al giorno.

Per il territorio dell’ATS Insubria questo vuol dire almeno 29 mila vaccini al giorno. Ora, al riguardo il primo dubbio che sorge leggendo le carte è che non è indicata la data di inizio delle vaccinazioni massive e va tenuto in conto che, sempre ad oggi, la vaccinazione degli ultra ottantenni sta procedendo con ritardi, come confermato ahimè, dai numerosi sms che Regione sta mandando proprio a queste persone per scusarsi del ritardo e del non aver ancora comunicato ai più la data di vaccinazione e il luogo.

Permane quindi il dubbio che i tempi dati siano un tantino esagerati, ma soprattutto permane il dubbio che le affermazioni perentorie della Moratti e di Bertolaso nascondano un dubbio. Insomma, per Moratti e Bertolaso, la Lombardia è pronta, ma se non ci si riesce è colpa del Governo centrale.

Chissà se tra qualche settimana questa affermazione sarà ancora valida visto che ora, al Governo, c’è anche la Lega. Ma lasciamo cadere la battuta.

Veniamo però ad alcuni aspetti che mi paiono interessanti, relativi a questo quinto piano presentato. Innanzitutto, rispetto a quello precedente sono indicati con certezza i luoghi dove si concentreranno le vaccinazioni massive. Forse su questo, sfogliando l’elenco che ci riguarda si vede una qualche carenza rispetto al sud della provincia e forse qualche punto in più poteva essere indicato, ma tant’è.

Manca, ad oggi, tuttavia, l’indicazione dei numeri del personale da impiegare per la somministrazione. Non si sa ancora, o meglio, non è ancora stato detto con certezza come si procederà, quali criteri si adotteranno, priorità a chi si iscrive prima, priorità all’età, od ad altre categorie. Si abbandona la piattaforma precedente per procedere con quella di PosteItaliane, già adottata dalle altre regioni e che a detta della Moratti consentirà un accesso ai cittadini dal portale, call center, uffici postali e portalettere.

A tal riguardo, sicuramente, alla luce dell’esperienza che si sta facendo con gli ultra ottantenni in questi giorni, dei miglioramenti si potranno sicuramente mettere in campo evitando situazioni, francamente imbarazzanti, come quella capitata all’Ospedale del Circolo di Varese il primo giorno con i nostri anziani ( ultra ottantenni è bene non dimenticarlo ) in fila in attesa e al freddo. Una buona dose di buon senso e qualche capacità previsionale organizzativa in più, tenuto anche in conto della popolazione a cui ci si rivolge, potranno evitare disagi e figuracce da parte della Regione Lombardia nel suo rapporto con i cittadini.

In ultima analisi, dai dati del Ministero della Salute al 24 febbraio scorso, per quanto riguarda il vaccino Astra Zenica da somministrare alle forze dell’ordine e agli insegnanti, la Regione Lombardia ha inoculato solo il 20% delle dosi fornite, contro il 38% del Lazio e il 96% della Toscana. Sempre nel piano n. 5 si legge, circa la capacità a regime che “ i centri vaccinali massivi individuati garantiscono una capacità pari a circa 140 mila somministrazioni di vaccino al giorno. Alla capacità dei centri massivi si aggiungono circa 30 mila somministrazioni al giorno garantite dalle strutture sanitarie private ( ospedali e ambulatori ) e dal canale distribuito ( MMG, farmacie, somministrazioni domiciliari, aziende etc etc ), ma su quest’ultimo punto non si aggiunge molto di più e c’è una certa vaghezza e, se mi si passa la banale considerazione, tenuto in conto di quanto sia sviluppata e sostenuta la sanità privata in Lombardia i numeri mi paiono veramente pochi per contribuire ad una emergenza nazionale come quella che stiamo vivendo. Forse, anche in questo caso, vale un antico detto usato per altri settori e che si potrebbe parafrasare così “ gli utili al privato, i costi al pubblico”

E a Varese come siamo messi? Cosa succede e che prospettive abbiamo?

Una premessa è d’obbligo. I comuni non hanno competenze in materia sanitaria in quanto tutto è in mano alla Regione e quindi alle sue diramazioni territoriali e cioè ASST e ATS. A Varese, come Amministrazione Galimberti, ci siamo mossi per tempo nel comunicare all’ATS tutta una serie di possibili luoghi dove poter procedere alla vaccinazione massiva ( 13 per la precisione ) e questo a secondo delle dimensioni richieste, appunto, dalla Regione.

Ma abbiamo fatto di più in queste settimane. Proprio in ragione della necessità di fornire più luoghi e spazi che potessero servire non solo ai cittadini di Varese e tenuto in conto anche che sembrava, inizialmente, che tutta la popolazione per l’operazione vaccinale di massa, si dovesse recare al Terminal 2 di Malpensa, ipotesi oggi caduta e sostituita con Malpensa Fiere per il sud della provincia, come Amministrazione, abbiamo messo a disposizione di ATS il piazzale Roma, per intenderci il grande spazio dove annualmente si svolge la Fiera Campionaria di Varese ed il Luna Park, in zona Schiranna.

E così abbiamo coinvolto, oltre che ATS, anche il Ministero della Difesa con il Ministro Guerini affinché lo stesso autorizzasse l’Esercito a intervenire e a montare un tendone di circa 1200 metri quadri al fine di attrezzare l’area a cui poi si aggiungeranno, ovviamente, anche il resto delle strutture richieste e cioè padiglioni da inserire sotto la struttura per tenere separati gli ambienti, tavoli, sedie, pc, collegamenti internet e tutto quanto necessario affinché tutto possa funzionare al meglio e coprire in un periodo giornaliero, dalle 6 del mattino sino alle ore 24, tra le mille e le duemila persone da vaccinare

Credo che sia a tutti evidente che questo tipo di disponibilità messa in atto dalla Amministrazione del Capoluogo a favore, non solo dei cittadini di Varese, ma anche ad una larga fetta di popolazione della provincia significherà un ulteriore aggravio di lavoro per la nostra Polizia Locale che dovrà regolare il flusso di arrivo e di uscita di centinaia di auto ed, accanto a loro, vedremo anche ulteriormente impegnati in tutte le operazioni di supporto e di accoglienza la Protezione Civile, gli Alpini e tutte le altre associazioni di volontariato che già da tempo collaborano con il Comune di Varese in questo periodo di pandemia.

Tutto questo si comincerà a vedere già delle prossime settimane perché, nel momento in cui scrivo, si stanno predisponendo le attività di supporto all’Esercito per montare nel breve il tendone e avviare così le altre operazioni per rendere al più presto attiva l’area per iniziare la fase di vaccinazione di massa.

Credo che sia evidente a tutti di come l’Amministrazione Galimberti, al di là di quelle che sono le sue competenze in materia sanitaria, stia facendo veramente il possibile, come anche altre amministrazioni comunali di altro colore politico, per affiancare le diverse Istituzioni e i diversi livelli di competenza, in questo difficile momento, per sostenere le frange più fragili della nostra popolazione e rendere meno faticoso il percorso vaccinale a tutti i cittadini. Ed è per questo che, francamente, ho trovato sopra le righe e un tantino stucchevole la polemica innestata nei confronti del Sindaco Galimberti da un consigliere regionale leghista a fronte della notizia della messa a disposizione del sito della Schiranna per procedere alla vaccinazione di massa.

Il buttarla meno in “caciara” e forse qualche polemica pretestuosa evitata rispetto a qualche grado di efficienza in più dell’Istituzione superiore, in materia sanitaria, aiuterebbe i nostri concittadini a recuperare quel senso di fiducia che oggi non hanno nei confronti della politica e dei partiti. Ma forse si chiede troppo a chi è abituato a vivere di campagna elettorale permanente.

Roberto Molinari

Direzione P.le Pd Varese

( www.rmfonline.it del 6/03/2021 )

Il Trattativista

La storia della DC nella vita politica del nostro Paese è molto più complessa di quanto, a distanza di quasi tre decenni dalla sua scomparsa, una certa schiera di intellettuali, opinionisti e giornalisti riescano a rappresentare o a interpretare.

E’ molto più complessa rispetto alla semplice logica nostalgica contemporanea, dove si sottolinea solo il suo aspetto di potere felpato, o, la sua capacità di mediazione.

Tutte caratteristiche vere, ma che non giustificano e non spiegano i cinquantanni di governo in Italia e che sono portate ad esempio perché gli epigoni della seconda o forse anche della terza repubblica si mostrano nel pieno dei propri limiti, specchio fedele di un Paese che non produce più classe dirigente, a tutti i livelli.

La storia della DC è complessa e viene ad essere narrata in maniera insufficiente se la si riduce a mera gestione del potere e si dimentica o si tralascia volutamente e strumentalmente il suo pluralismo interno, frutto dei forti legami sociali con i corpi intermedi, riducendola a sola lotta tra correnti.

Una di queste componenti culturali, forse la più ideologizzata e “militare” fu quella di Forze Nuove e l’ultimo suo leader fu Franco Marini scomparso qualche giorno fa.

Leggere la storia personale del Senatore Marini è leggere non solo la storia di “Forze Nuove”, ma anche dell’intera sinistra sociale democristiana, del suo essere interlocutrice privilegiata dei mondi cislini, aclisti e del meglio dei fermenti che hanno attraversato il mondo cattolico soprattutto dopo il Concilio Vaticano II e il 68.

Franco Marini ha una storia di vita emblematica e molto simile ai tanti che attraverso l’impegno sindacale e politico si sono affrancati da un destino già segnato dalla nascita.

Nato in una famiglia numerosa e modesta, rimane orfano di madre presto e solo perché una sua insegnante convince il padre a non iscriverlo all’istituto tecnico, ma al liceo classico la sua vita prende una curva diversa e di questo sarà sempre grato tanto da ricordare, anche in anni recenti, quell’insegnante e il fatto che questa scelta suggerita gli aveva aperto un mondo.

Laureato in giurisprudenza, già negli anni universitari aveva incominciato a lavorare presso l’ufficio “Contratti e Vertenze della Cisl”.

Nel 56 lo mandano a frequentare il “corso lungo” a Firenze al centro studi della Cisl fondato nel frattempo da Mario Romani, uno dei padri dei “sindacato nuovo” fortemente contrattualista e autonomo. Un corso che segna già il suo destino perché tra i suoi compagni ci sono personaggi del calibro di Pierre Carniti e Eraldo Crea oltre ad altri nomi che faranno la storia del sindacato cattolico negli anni successivi.

In Cisl lui percorre tutti i gradi stando anche in minoranza quando il Segretario Generale diventa Carniti, più spostato a sinistra e lui di fede DC fa l’aggiunto.

Quando poi succede a Carniti colpito durante il congresso da infarto, Marini, diventato numero uno, riesce in una impresa che, allora, molti davano per una scommessa persa. Tiene insieme la Cisl, ne mantiene l’unità, ma lo fa nel pieno pluralismo delle opinioni e identità culturali.

Ma se, come amava spesso dire, se nel sindacato non aveva avuto maestri perché lì si era fatto da solo, così non è stato, per sincera ammissione, in politica dove il suo maestro riconosciuto e rispettato fu Carlo Donat-Cattin, “il Ministro dei Lavoratori”, tanto che poi, lo stesso Donat-Cattin, lo indicò come suo successore alla guida della corrente di Forze Nuove. E, nel 1991, dopo la morte del leader gli succede anche come Ministro del Lavoro. Da lì in poi è un’altra storia.

Dopo la fine della DC Marini non ha dubbi con chi schierarsi e rimane nel PPI diventandone segretario nazionale dal 97 al 99.

Poi segue il suo impegno nella Margherita e nel PD e nel 2006 da Senatore diventa Presidente di Palazzo Madama, ultimo suo incarico perché nel 2013, nella generale debacle del centrosinistra manca l’elezione.

Così come, sempre in quell’anno, proposto da Bersani, segretario del PD, come possibile successore di Napolitano, pur raggiungendo la considerevole quota di 521 voti al primo scrutinio, viene affondato, dopo Prodi, a dire il vero, dai “franchi tiratori” del PD ed è costretto a ritirare la disponibilità.

Muore di covid il 9 febbraio a 87 anni. Franco Marini non è mai stato un intellettuale come lo è stato Donat-Cattin o l’altro grande vecchio di Forze Nuove, Sandro Fontana anche lui scomparso qualche anno fa.

Marini era un uomo macchina, un uomo dotato di grandi capacità organizzative.

Alcuni gli affibbiarono il nomignolo di “lupo marsicano” convinti di fargli un torto e diminuirne il peso riducendolo a semplice signore delle tessere e dei voti, ma quando occorreva presenziare ai tavoli per le liste, del Governo o del sotto governo, i fini intellettuali che lo consideravano un orpello del passato, mandavano lui a trattare e non altri.

Come scrivevo prima, Marini, non era certo un intellettuale, non era certo uno di quelli che piacevano e piacciono ancora a quel nostro mondo cattolico un tantino fariseo e un tantino elitario sempre buono a rivendicare al momento opportuno il proprio pedigree di storico iscritto a questa o a quella associazione o movimento religioso e sempre pronto a mettersi a disposizione, per servizio naturalmente, per qualche incarico politico o amministrativo.

Marini è stato un uomo profondamente dotato di umanità concreta e pratica, ma sempre e costantemente influenzato dalla dottrina sociale della Chiesa.

Il suo obiettivo, sia da sindacalista, sia da politico è stato quello di promuovere la persona. Sostenere i più fragili ovunque li trovasse. Se poi questo lo ha fatto commettendo errori, questo certamente non deve stupire. Tuttavia, Marini è stato uno di quelli che ha sempre voluto “presidiare le frontiere” del cattolicesimo sociale, come gli aveva insegnato il suo maestro Donat- Cattin.

E di questo lui ne sentiva il compito e l’importanza.

Certo, amava l’idea del popolarismo e amava il “centro”, però, è bene ricordarlo, quando Buttiglione, da segretario nazionale del PPI, che lui aveva sostenuto, voleva portare i popolari a destra con Berlusconi, lui schierò tutto il suo peso contro, per fermare una deriva che mai e poi mai avrebbe accettato.

Con Franco Marini scompare uno degli ultimi “cavalli di razza” DC e forse l’ultimo testimone del cattolicesimo sociale, quel mondo minoritario certamente nella DC, fatto da cislini, aclisti, cooperanti, piccoli artigiani, ceti popolari nel vero senso della parola, minoritari, scrivevo, nella Balena Bianca, che l’ancorarono non solo all’idea di un partito popolare e con sguardo al centrosinistra, ma che la obbligavano a fare i conti con le richieste di modernità, di promozione e di affrancamento dei ceti meno abbienti, unico modo e garanzia per evitare la caduta nel conservatorismo, cosa purtroppo che è avvenuta al PPE in Europa ed è per questa ragione che per noi “popolari dentro” grazie anche a persone come Franco Marini, la scelta del centrosinistra e del PD è stata più semplice e naturale.

Roberto Molinari

Direzione Ple PD

Varese

(www.rmfonline.it del 19/02/2021 )

Franco Marini, un uomo schietto e coerente

Franco Marini, un uomo schietto e coerente

Con la scomparsa di Franco Marini se ne va un pezzo, ancorchè significativo e di grande qualità, della storica tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro paese. Un filone ideale che ha accompagnato e arricchito la crescita e il consolidamento della democrazia nel nostro paese e che ha partecipato attivamente, attraverso i suoi leader, ad affrontare e a sciogliere i nodi politici più difficili che si affacciavano di volta in volta all’attenzione dell’agenda politica italiana. E Franco Marini queste sfide e queste difficoltà le ha vissute ed affrontate con la schiena dritta, sempre da protagonista e da combattente. Com’era, del resto, il suo carattere. Ruvido ma profondamente e autenticamente umano. Disponibile al dialogo e al confronto senza mai assumere atteggiamenti dettati da una valenza ideologica o riconducibili ad una chiusura pregiudiziale. Così è stato per lunghi anni nel sindacato, nella “sua” Cisl, e così è stato, a maggior ragione, nell’impegno politico, nel partito di ispirazione cristiana e come uomo delle istituzioni. Certo, era simpaticamente definito come “lupo marsicano” a conferma del suo radicamento territoriale e dell’amore per la sua terra d’origine, l’Abruzzo. Ma anche, e soprattutto, per richiamare la coerenza, la bontà e la solidità del suo carattere.

Franco Marini però, al di là del suo lungo e ricco magistero sindacale, politico ed istituzionale, è stato anche e soprattutto un solido punto di riferimento della tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro paese. La sinistra sociale di Forze Nuove, il suo fecondo e straordinario legame, umano e politico, con Carlo Donat-Cattin e con l’universo del popolarismo di ispirazione cristiana, hanno fatto di Marini per molti anni il punto di riferimento per eccellenza di questa nobile e qualificata corrente ideale. E proprio il protagonismo politico, sociale, culturale ed istituzionale dei cattolici popolari non poteva prescindere dal suo apporto, dalla sua storia e dal suo esempio concreto e tangibile. Un sodalizio, quello con Donat-Cattin, che ha segnato la sua presenza nella Cisl e nell’impegno concreto nella politica. Sempre all’insegna dei valori e della cultura del popolarismo di ispirazione cristiana. Una leadership, quella politica, che Marini assume in prima persona dopo la scomparsa di Donat-Cattin nel marzo del 1991. Prima attraverso la guida di Forze Nuove, la storica corrente della sinistra sociale nella Democrazia Cristiana e poi, dopo la fine della Dc, con l’impegno diretto nel Ppi, nella Margherita e infine nel Partito democratico. Una “bussola nella tempesta” per citare il titolo di uno dei suoi tanti editoriali scritti sulla rivista di Donat-Cattin, “Terza Fase”. E Franco Marini, per molti anni, è stato veramente un bussola decisiva per l’impegno politico concreto dei cattolici popolari e dei cattolici democratici nella società. Aiutato, certo, anche dal suo carattere e dalla sua indole. Un uomo schietto, coerente, dove la mediazione non era mai un cedimento al ribasso ma lo strumento per raggiungere un obiettivo che aveva nella difesa e nella promozione dei ceti popolari il suo naturale epilogo politico. Era un uomo che puntava alle scelte concrete. La sua formazione culturale, ma soprattutto il suo apprendistato sociale, non potevano sfociare mai in dissertazioni astratte o virtuali. Al centro di ogni riflessione e di ogni discussione – nella corrente di Forze Nuove come nel partito, negli articoli sulle riviste come negli interventi ai convegni – c’era sempre la sottolineatura dei bisogni, delle istanze, delle domande e quindi della difesa dei ceti popolari. Un filo rosso che ha segnato la sua vita, il suo impegno sociale e politico, la sua presenza nelle istituzioni e anche e soprattutto il suo stile di vita.

Ecco perché il magistero di Franco Marini non si ferma oggi. Prosegue. Va avanti. La sua testimonianza ricca di valori, di scelte, di cultura politica e di azione concreta richiedono un rinnovato impegno dei cattolici democratici e popolari nella società contemporanea. E anche per ricordare il suo “coraggio”. Perché Franco Marini era soprattutto un uomo coraggioso. Le sue scelte nelle diverse fasi storiche, concrete e sempre ispirate all’universo valoriale del cattolicesimo democratico, popolare e sociale, fanno di Franco Marini un punto di riferimento insostituibile per chi vuole continuare a testimoniare questa cultura e questi valori nella cittadella politica italiana attuale.

Giorgio Merlo
( il pezzo è stato pubblicato dal sito della fondazione Donat-Cattin )
(www.fondazionedonatcattin.it )

Molinari: «Il PD di Varese modello per arginare il centrodestra sovranista»


Mia intervista di Andrea Della Bella pubblicata su www.malpensa24.it


VARESE – «Alle prossime amministrative i varesini con il loro voto potranno esprimere un giudizio sul lavoro fatto dall’amministrazione Galimberti. E’ credo che questa sia una bella novità dopo anni di immobilismo. E potranno scegliere tra chi ha realizzato e sta realizzando progetti concreti e chi invece è fermo a una visione ideologica, e superata, di una Varese “chiusa” in se stessa». Parte da qui Roberto Molinari, assessore ai Servizi sociali e uno degli “architetti” politici che ha contribuito a progettare e costruire il Pd di governo a Palazzo Estense. E che in questo momento di “grande confusione sotto il cielo”, fa le carte alla politica nazionale e locale, Partito Democratico compreso, con vista sulla prossima sfida elettorale.

Molinari, partiamo da Roma: quello che con Giuseppe Conte era impossibile, con Mario Draghi sta per diventare realtà, ovvero governerete con la Lega. E nel PD non siete tutti esattamente felici, o ci sbagliamo?
«In linea generale credo ci si saranno cambiamenti, forse anche scissioni e ricostruzioni a partire dai Cinque stelle, ma che attraverseranno tutti i partiti. Che potrebbero anche tradursi a livello locale. Ma non ho la sfera di cristallo per dire come andrà. Detto questo, il rapporto con la Lega e la convivenza con un partito sovranista e agli antipodi rispetto a noi è una questione di non poco conto».

Questione che resterà relegata a Roma. A Varese, una delle certezze è che Pd e Lega saranno avversari. Nessuno stravolgimento, insomma.
«Credo proprio di sì. Anche perché, al di là del cambio di rotta governativo del Carroccio a Roma, qui in città sfideremo un centrodestra sovranista che non ha ancora elaborato la sconfitta di cinque anni fa. Che, inoltre, sottoporrà ai varesini un modello di città fermo agli anni Venti. Con una bella differenza, oggi Varese non è più la città dei quarantamila abitanti».

Il candidato del centrodestra però è Roberto Maroni, che non è esattamente un sovranista, non crede?
«Non basta una persona per cambiare il Dna. Il centrodestra varesino sarà sovranista indipendentemente da chi sarà candidato».

Ma per Palazzo Estense sarà sfida a due?
«Diciamo che saranno due i candidati che si giocheranno la fascia tricolore, Galimberti e Maroni. Ma i candidati sindaco saranno di più. Poi bisognerà vedere quanti correranno con la prospettiva di superare percentuali residuali. Anche perché sul risultato in queste elezioni più che in quelle passata peserà il voto utile».

E il terzo polo?
«Se ci sarà, mi auguro che ponderino bene la scelta di campo che faranno. Anche se non escludo che ci possano essere anche il quarto o il quinto polo».

Ammetterà che la situazione è complessa a Roma, ma di riflesso anche a Varese. E in questo il Partito Democratico come si dovrà muovere?
«Da protagonista, ma senza voler diventare il partito egemone delle coalizione. Che se vogliamo è quanto il Partito Democratico di Varese ha fatto per arrivare, cinque anni fa, alla vittoria con Galimberti. E che continua a fare con il cantiere politico aperto che dialoga e va oltre la maggioranza. La quale, vorrei ricordare, nel corso di questo mandato ha ragionato sull’inclusione. Italia Viva è stata coinvolta è oggi è parte di questo progetto».

Sarà così con i Cinque stelle?
«Si, ma senza l’eccessivo appiattimento che a Roma c’è stato durante il governo Conte»

Scusi, starà mica dando ragione a Matteo Renzi?
«Personalmente non ho l’incubo di Renzi. Il problema non è il leader di Italia Viva, ma quale sarà la posizione del PD. Che non può essere di retroguardia. Né a Roma, Né a Varese».

E con Varese 2.0 sarà inclusione o esclusione?
«Non è stata la maggioranza a prendere le distanze da loro. Anzi, auspico che Varese 2.0 possa rivedere la posizione che ha assunto. E resta da capire cosa farà Azione, che al momento, in provincia, ha una linea politica “a macchia di leopardo”, ondivaga e poco comprensibile».

Allargamento d’accordo, ma fin dove il Partito Democratico oserà allargare i “confini” politici?
«Stiamo lavorando e dialogando con forze che non facevano e non fanno parte di questa maggioranza, ma hanno mostrato nel corso dei cinque anni di apprezzare il progetto e quanto fatto. Anche la lista del PD non sarà composta di soli militanti del partito. E poi, bisognerà vedere cosa accade a Roma».

Non alla Lega, ma un “pensierino” su Forza Italia lo state facendo?
«Una cosa mi pare evidente: è proprio in Forza Italia che si potrebbero aprire le contraddizioni più evidenti. E loro non potranno restare a lungo supini al Carroccio, anche a fronte di un elettorato fluido e che guarda con positività all’azione di Mario Draghi. Tanto più che a Varese la Lega e, mi par di vedere il centrodestra più in generale, è tutt’ora molto sovranista».

Andrea Della Bella

C.M.F

Ci sono persone che, stranamente, sopravvivono, soprattutto, nel ricordo di chi le ha conosciute. Ci sono persone che meriterebbero di essere ricordate con generosità non solo da parte di chi le ha conosciute, ma anche da chi dovrebbe avere una particolare sensibilità rispetto al ruolo che queste hanno avuto nella loro vita, civile, politica, sociale e intellettuale. Ci sono persone che meriterebbero qualche momento in più del nostro tempo per essere ricordate per quello che hanno rappresentato nella loro storia per gli altri e non lo sono perchè la memoria è spesso solo dei “custodi” e non di mass media ormai senza più memoria, afflato e radicamento sociale.

Una di queste persone è sicuramente Camillo Massimo Fiori, per tutti noi che lo abbiamo conosciuto Massimo, scomparso il 4 febbraio del 2016. E mi piace scrivere proprio su queste pagine che l’amico Lodi mi ha messo a disposizione e che, in qualche modo, sono il luogo migliore per ricordarlo in una comunità virtuale di amici che lo stimavano e che lo apprezzavano.

Io ho conosciuto Massimo solo negli anni 80 quando la sua parabola politica aveva già superato lo zenit, ma con lui, fin da allora e sino alla sua scomparsa, ho sempre intessuto un dialogo ed un confronto che andava al di là della differenza di età.

Massimo è stato un intellettuale nella Democrazia Cristiana di Varese e del mondo cattolico varesino. Questo suo essere intellettuale lo ha sicuramente danneggiato rispetto al suo essere politico, ma forse e qui chiedo il conforto di quanti lo hanno frequentato come me e più di me, forse questo lo ha preservato e aiutato nel suo vivere quotidiano e nella sua militanza.

Quando ancora il mondo cattolico aveva un suo radicamento e una sua fortissima valenza sociale a Varese ( come nel resto del Paese a dire il vero ) Massimo era impegnato nelle ACLI sia con ruoli provinciali, sia nazionali e, contemporaneamente, nella Democrazia Cristiana varesina militava da leader locale di quella che allora era conosciuta come la “sinistra sociale”, la corrente di Forze Nuove di Pastore, prima e di Donat-Cattin poi.

Spesso si dice che la politica è lo strumento di affrancamento dei ceti popolari. Ebbene credo che Massimo con la sua attività e con la sua capacità di elaborare pensieri abbia incarnato tutta la vita questo paradigma. Ricordo quando mi raccontava che aveva iniziato a lavorare in una scuola superiore di Gallarate come applicato di segreteria e poi, solo dopo qualche tempo, era finito a lavorare in quella che allora era una signora banca in via Marcobi e questo passaggio gli aveva consentito, lui che usava solo mezzi pubblici, di ritornare a fare politica nella sua città.

Ricordo di quando mi raccontava dei duri congressi aclisti quando lui, DC fino al midollo e forse ancora di più come cattolico, contestava la scelta socialista di Labor e si manteneva fedele all’impegno di militante politico in Forze Nuove che, vedeva, come strumento basilare affinchè la Balena Bianca, in epoca di contestazione, non perdesse il suo radicamento popolare. E ricordo anche quando mi narrava di come, lui che avrebbe potuto fare il parlamentare, mancò per un soffio l’elezione soprattutto per i voti che alcuni “amici” di corrente gli fecero mancare.

Io ho conosciuto Massimo, da giovane militante DC, quando era direttore della “Voce delle Prealpi” il periodico della Democrazia Cristiana di Varese che lui, dopo la parentesi di leader di corrente ormai defenestrato, aveva “ricevuto” come risarcimento dai vertici del partito.

E ricordo che la sua “direzione” non era banale e le riunioni di redazione non erano mai solo il decidere quale pezzo scrivere e chi lo doveva scrivere, ma erano un confronto aperto e ampio di cultura politica e di commento dei fatti politici locali e nazionali.

Massimo non aveva potuto frequentare l’università, ma, attraverso la politica si era dato una vasta se non immensa cultura.

Di qui l’affrancamento e il protagonismo sociale di cui scrivevo prima. Ma Massimo era anche un uomo di fede, di una profonda e coerente fede cresciuta nelle certezze, ma anche nei dubbi post-conciliari dell’oratorio di San Vittore.

Massimo è stato anche consigliere provinciale quando la Provincia era luogo di “progettazione” ampia su tutto il territorio, ma il vero ruolo di Massimo, almeno, questa è la convinzione che io mi sono fatto negli anni, il ruolo a lui più congeniale era quello del pensatore e del divulgatore.

Lui era un lettore onnivoro, ma la cosa straordinaria era e lo ricordo bene, la sua capacità di raccontare l’ultimo testo letto e di renderlo attuale al momento politico.

Con lui, sia nella direzione DC, sia nella redazione de “La Voce”, coadiuvato dal mitico Sergio Morosinotto, o in qualsiasi assemblea di iscritti, il livello si alzava perchè per Massimo, l’alzare “l’asticella” della consapevolezza era la vocazione del politico serio, atto necessario per fare quella pedagogia politica utile per fuggire dalla banalità del dilettantismo o dagli squallidi routinier di potere sempre in agguato.

Probabilmente, anzi certamente, Massimo Fiori non ha avuto dalla politica quegli incarichi a cui, legittimamente, ha aspirato. Gli mancava il “physique du role”, ma il suo ruolo, la sua influenza e il suo pensiero, come tutta la sua militanza sociale e politica, da cattolico e di cattolico andrebbero, oggi, in tempi così lontani, riscoperte, indagate e conosciute.

Chissà, forse un giorno, noi dell’ “Associazione dei Popolari Varesini”, ultimi custodi della memoria locale di un certo cattolicesimo democratico, chissà, forse un giorno, riusciremo a promuovere una ricerca, una borsa di studio, su un testimone di un tempo che fu come lui.

Roberto Molinari

Associazione Popolari Varesini

www.rmfonline.it del 5/02/2021

Una lettura diversa del bilancio

Se c’è un atteggiamento che ho sempre ritenuto surreale, sconclusionato, sopra le righe e fuori luogo, questo è quello proprio di chi, nell’agone politico, punta a irretire, provocare e insultare gli avversari.
Se c’è un atteggiamento che non ho mai condiviso e che ho sempre ritenuto un comportamento inadeguato da parte di un politico questo è proprio quello di chi si atteggia ad una presunta superiorità morale, intellettuale o peggio di libertà assoluta rispetto alle dinamiche di gruppo o di partito, accusando “gli altri” di sudditanza agli ordini dei capi. Da qualunque parte provengano questi atteggiamenti, da destra come da sinistra, dai miei amici di partito o dai miei avversari, da chiunque siano portati avanti, ho sempre pensato che non solo siano segno di scarsa intelligenza, ma anche la prova provata di quanto si sia inadeguati al ruolo che si ricopre o che si vuol ricoprire.
Se c’è una modalità di fare politica oggi più che mai che non mi convince è proprio quella di costruire una narrazione distante dalla realtà e dalla oggettività per confermare le certezze nei propri supporter e distogliere l’attenzione dal tema di fondo di quella che dovrebbe essere la discussione nel merito.
Tutto questo, tutti questi atteggiamenti e comportamenti li ho visti nelle sedute del 28 e 29 dicembre scorso in consiglio comunale convocato, tra l’altro, per l’approvazione del bilancio di previsione 2021.
Prima di procedere oltre, mi pare però opportuno, sottolineare anche un altro fatto che ritengo imbarazzante rispetto a quello che dovrebbe essere un atteggiamento corretto di fare opposizione in un emiciclo politico.
Come tutti sanno i bilanci dei Comuni sono tutti in grave difficoltà per gli effetti della pandemia che da oltre dieci mesi ci ha colpito. Come tutti possono immaginare è ben difficile giostrarsi tra la banalità delle richieste di non far pagare tasse, tributi e contributi vari e nello stesso tempo assicurare, in assenza di entrate, i servizi ai nostri cittadini e magari fare in modo che altri cittadini abbiano il sostegno anche economico da parte dell’Amministrazione.
Ebbene, nella seduta del 28 dicembre abbiamo portato la ratifica di una variazione di bilancio che riguardava essenzialmente i servizi educativi e i servizi sociali. In particolare, questo atto di cui si chiedeva il voto favorevole, spostava ai servizi sociali la somma di 970 mila euro al fine di rispondere a tutta una serie di interventi necessari per contribuire al sostegno delle persone e delle famiglie varesine in difficoltà.
A fronte di un siffatto intervento mi sarei aspettato se non il voto a favore, come minimo l’astensione. Ebbene invece ho dovuto vedere il voto contrario e non giustificato in alcun modo, da parte del compatto gruppo della Lega.
Ho voluto citare questo episodio ed ho voluto partire da questo prima di proseguire questa mia riflessione perchè credo che questo voto negativo rappresenti e dia la rappresentazione di quello che è stato il proseguo del dibattito e l’occasione sprecata per mettere da parte la faziosità e aggiungere credibilità al proprio mandato ormai in scadenza anche per i consiglieri comunali, oltre che ad una buona dose di sincerità a supporto delle proprie posizioni.
Sono infatti occasioni come queste che offrono la chiave di lettura per interpretare la genuinità e, appunto, la sincerità delle posizioni che si vogliono sostenere in politica. E’, quando ti si offre l’occasione per votare e sostenere senza particolare enfasi l’altra parte, che puoi dimostrare di essere uno che sa leggere la situazione, valutare il paradigma e sapere giocare la carta del politico serio e non fazioso.
Purtroppo non è stato così e si sono riproposti dall’opposizione gli stessi emendamenti di sempre: non far pagare i parcheggi, abbandonare il piano sosta, dare soldi alle scuole materne convenzionate, dare soldi ai commercianti e così via. La brava collega Buzzetti, in tutti i suoi interventi, sia quelli in presentazione del bilancio, sia in quelli ripresi dalla stampa, ha sempre messo in evidenza come questo nostro bilancio di previsione 2021 non potesse essere che prudente. Prudente perchè abbiamo tre vincoli. Il primo, la “tassa occulta” che ci è stata lasciata dall’Amministrazione Fontana che ci impone di non spendere 380 mila euro all’anno per ripianare il deficit tecnico ereditato. Il secondo, siamo in piena pandemia e quindi non sappiamo ancora se le entrate previste ci saranno né quale sarà la portata effettiva delle uscite. Il terzo e non certo ultimo, non sappiamo ancora con precisione se e di quale entità saranno tutti gli impegni dello Stato circa il sostegno alla finanza degli Enti Locali. Accanto a questi motivi che, a rigor di logica non potevano non solo non essere compresi, ma che dovevano anche essere condivisi, vi erano altre sottolineature. Il mantenimento degli impegni presi circa gli interventi infrastrutturali da fare, comprese le asfaltature vera piaga varesina, il mantenimento dei servizi, la conferma di una spesa educativa e sociale, anche in momenti di particolare carenza di risorse, pari a quasi 15 milioni di euro ( dieci a carico dei sociali e 5 a favore dei servizi educativi ) e scusate se è poco, la conferma dei progetti a cui l’Amministrazione ha lavorato anche in questi ultimi mesi portando avanti tutti gli aspetti economico giuridici come ad esempio il piano stazioni, l’intervento sulla Caserma Garibaldi, il trasferimento del mercato, lo studentato e il recupero di appartamenti comunali a Biumo inferiore, l’intervento su largo Flaiano ed altri per migliorare l’intero comparto di viabilità in entrata e uscita da Varese e così via.
Dunque a fronte di un supplemento di coerenza che ha visto questa Amministrazione, nel suo ultimo bilancio evitare di fare i “fuochi d’artificio”, ma giocare la carta della responsabilità e della prudenza, a fronte di tutto questo, abbiamo sentito vagheggiare in rete, giacchè il consiglio si è svolto in streaming per effetto delle norme anticovid, si è sentito accusare il Sindaco e la Giunta di assenza di visione, di bilancio di basso profilo, di incapacità di saper cogliere i suggerimenti della minoranza e altre amenità tra l’offensivo e il banale, il tutto condito da qualche intemperanza e qualche dotta citazione di politici del secolo scorso che, citati senza un ragionamento politico serio e strutturato hanno fatto la figura delle frasi stampate sulla carta dei cioccolatini.
Insomma, a me pare che si sia persa per l’ennesima volta l’occasione di dimostrare di essere all’altezza dei tempi e delle responsabilità che si presume essere in grado di assumersi nel dichiarare di voler sostituire l’attuale maggioranza e il Sindaco Galimberti. E, tutto sommato, neanche l’aver udito per la prima volta in cinque anni la voce di chi dovrebbe guidare questa “Armada invencible” ha aiutato a capire di più e di quale spessore politico si stia parlando.

Roberto Molinari
Assessore ai Servizi Sociali

www.rmfonline. 16.01.2021

Nel Palazzo e fuori

Vorrei provare a chiarire cosa è civismo in relazione a momenti elettorali, come possono essere le elezioni amministrative e cosa si intende per liste civiche.
Non voglio certo scomodare Robert Putman con il suo “La tradizione civica nelle regioni italiane”, splendido libro di cui consiglio a tutti la lettura, tuttavia, un qualche ragionamento non può non partire dal distinguere tra impegno civico e liste civiche.
Se con impegno civico intendiamo l”impegno di tutti nei confronti della cosa pubblica allora sotto questa definizione rientrano coloro che sono militanti di un partito o i semplici cittadini impegnati in qualche associazione o nel volontariato, diverso è, invece, il tema quando parliamo o ragioniamo di liste civiche che si confrontano con l”arena politica e quindi con le elezioni.

Storicamente nel nostro Paese quando ci sono le elezioni, ad esempio, per i comuni, le liste civiche ci sono sempre e ci sono da sempre. In passato, quando i partiti erano forti strutture organizzate per la raccolta del consenso, nei comuni più piccoli, i partiti di qualsiasi orientamento promuovevano le liste civiche evitando di uscire con il proprio simbolo e questo per spoliticizzare la competizione (anche in epoca di scontro ideologico) e raccogliere il massimo consenso possibile.
Negli ultimi anni questa tendenza è andata ad aumentare soprattutto per la debolezza dei partiti e per una certa idiosincrasia dei cittadini a farsi inquadrare in formazioni politiche e partitiche vissute in maniera troppo rigida.
Dunque, le liste civiche sono sempre esistite nelle competizioni elettorali, ma in questo particolare momento storico si assiste ad una maggior accentuazione della loro presenza anche, in parte favorita, dalla presenza di liste (civiche) che fanno capo al candidato sindaco o al sindaco uscente.
Quindi, seguendo questo filone di ragionamento, potremmo definire già due forme diverse di liste civiche. Una sostenuta e favorita dai partiti che decidono di non presentarsi con il proprio simbolo e, una seconda, invece messa insieme da chi si candida al ruolo apicale di una amministrazione ( sia essa la Regione, come ha giustamente sottolineato Lodi, sia essa il comune ) e che offre, sostanzialmente, una “casa” sulla base di due elementi. Un rapporto fiduciario nei confronti del candidato sindaco, per rimanere in tema di amministrative comunali e, secondo, un mezzo per partecipare ad una elezione o ad un consesso, se eletti, a chi non se la sente di aderire ad un partito o non vuole farsi inquadrare in una scelta partitica.
Ora troverei alquanto strambo, soprattutto nel caso di liste del sindaco, non definire civiche le stesse e civico chi si candida al suo interno.
Ma la tipologia non finisce certo qui. Esistono sicuramente almeno un paio di altre forme di presenza civica organizzata che meritano una particolare menzione.
La prima è sicuramente quella presenza che nasce intorno ad un problema. Dove c”è un problema, qualunque sia la sua natura, può nascere una aggregazione di persone, di cittadini che si battono per la soluzione di quel problema. E, allora, vediamo la nascita di comitati, di associazioni, circoli culturali legati a quel problema che, in ragione di una loro presenza pubblica e della volontà di trovare risposte e soluzioni, decidono poi di trasformarsi in proposta organizzativa e di presentarsi alle elezioni. Dunque, una tipologia di liste civiche è quella che nasce sulla base di un problema.
Ma ne esiste anche un”altra da non sottovalutare e cioè quelle che nascono intorno non ad un problema, ma ad un leader carismatico che, in ragione, appunto del suo carisma, aggrega persone più o meno rappresentative di mondi vitali, di realtà associative o di luoghi di comunità.
Un terzo esempio di lista civica è quella che mette insieme entrambe le caratteristiche e cioè liste nate su di un problema e intorno ad un leader carismatico.
Dunque la tipologia delle liste civiche, la loro natura e la loro origine ci offre uno spaccato significativo non solo di quanto sia nelle possibilità di una “società aperta” secondo la definizione di Popper, ma anche di quante chance ci siano nella nostra società civile ed il suo modo di porsi in rapporto alla politica.
Ovviamente non tutto è oro quel che luccica. Così se Putman ha illustrato il meglio delle tradizioni civiche delle regioni italiane, un altro sociologo, Banfield ci ha raccontato il “familismo amorale” e cioè le basi (a)morali di una società arretrata, caratteristica propria di alcuni territori del nostro Paese e che vede lo scatenarsi in occasione delle elezioni, di qualsiasi natura, appunto della moltiplicazione delle liste ad personam o delle liste civiche legate a interessi, tribù o clan. Ma tutto questo è un”altra storia.
Per tornare a noi, io penso che, le liste civiche, nella loro diversa natura ed origine, siano un arricchimento del campo dell”impegno e di quello della politica in generale.
Sono un arricchimento ed una occasione perchè riescono a coinvolgere forze fresche e nuove che non transiterebbero mai nei partiti tradizionali e riescono a mobilitare anche persone ad un impegno civile temporaneo e che si sentono di spendersi per la propria comunità in maniera gratuita e spesse volte anche generosamente portandovi freschezza e forse anche un po” di ingenuità.
Tutto questo per confermare che non ho alcun pregiudizio ideologico nei confronti di chi non milita in un partito o non proviene da una esperienza politica. E, tuttavia, se vogliamo cercare di essere anche obiettivi, dobbiamo anche ragionare sui limiti che queste esperienze hanno. Il primo, la temporaneità. Presenze civiche nate e sviluppatesi intorno ad un problema, una volta risolto il problema perdono il loro senso ultimo e la proprio finalità e dunque sono destinate a sciogliersi o a scomparire. Così come, se nate intorno ad un leader carismatico, una volta che il leader non viene più riconosciuto come tale o perchè le opinioni della maggior parte dei membri sono diverse dalle sue, anche in questo caso l”esperienza è destinata a sciogliersi o a scomparire. Un altro aspetto problematico e contraddittorio è il difficile rapporto con la democrazia interna. Raramente queste esperienze hanno regole di democrazia e spesse volte oscillano tra l”assemblearismo spinto e i pieni poteri decisionali al leader e così facendo si creano le basi, anche in questo caso, per la temporaneità dell”organizzazione. Questo spaccato, questa linea di interpretazione mi porta ad un’ ultima ipotesi.
Premetto, io mi ritengo un dinosauro della politica e, per questa ragione, credo ancora fermamente che i partiti politici siano l”architrave, sia pur con tutti i limiti attuali e presenti, della nostra democrazia rappresentativa e che le regole di democrazia interna siano il fondamento del rapporto che poi gli eletti hanno all”interno delle Istituzioni.
Così come penso che attraverso lo scontro politico, ma anche la militanza partitica sia possibile costruire una classe dirigente, cosa alquanto difficile, ma non impossibile al di fuori dei partiti.
Premesso questo, io penso che qualsiasi esperienza civica abbia la necessità, ad un certo punto della sua storia, di evolversi e di confrontarsi con la realtà. Giocare alla purezza civica contrapposta al presunto interesse particolare dei partiti può soddisfare un proprio desiderio o illudere chi si approccia alla politica in modo estemporaneo, ma con il lungo andare del tempo, questo non aiuta e non basta per raccogliere consenso.
Giocare a fare gli ingenui, quelli che sono nel Palazzo, ma con un piede fuori perchè così sono vicini al popolo, in contrapposizione alla presunta rigidità dei partiti, è solo un recitare una parte e mettere in luce anche la propria incapacità a confrontarsi con i problemi e ad assumersi la responsabilità delle soluzioni anche quando queste sono impopolari. Stare nelle Istituzioni vuol dire lavorare rispettando la collegialità, affrontare insieme i problemi e trovare soluzioni condivise e di buon senso anche se queste ultime non sempre rispondo appieno ai propri desiderata.
Quando sei passato da una competizione elettorale e quando sei nelle Istituzioni per anni non puoi essere quello che eri quando hai iniziato perchè se così fosse vorrebbe dire non aver imparato nulla e non aver fatto tesoro dell”esperienza fatta.
I partiti politici devono certamente imparare a lavorare con chi è civico, ma lo stesso devono fare anche i civici. E un primo problema è sicuramente rappresentato sia dal linguaggio diverso sia dalla modalità con cui si è abituati a elaborare dei ragionamenti e di come questi sono messi a disposizione della discussione e socializzati. Una volta, poi, che sei nell”agone la politica è lo strumento con cui confrontarsi, se rifiuti questo in ordine ad una supposta preminenza morale dovuta alla tua provenienza perdi l”occasione per rigenerare con generosità le Istituzioni e salvaguardare le basi della nostra democrazia. Nessuno ha il monopolio del civismo e nessuno ha l”esercizio dell”egemonia per nomina dall”alto. Ciò che conta è la capacità di svolgere dei ragionamenti e aggregare consenso intorno a questi. Questa è la politica e questa è la modalità con cui si sta insieme in un consesso amministrativo dove la politica non è esclusa e la sua finalità è il bene della propria comunità. Da parte di tutti.

Roberto Molinari
Direzione P.le PD Varese

Traccia verde

Il recente passaggio della coordinatrice nazionale dei “Verdi” a Varese, mi offre lo spunto per una riflessione e qualche ragionamento sulla cultura ambientalista e sul movimento politico dei “verdi” italiani.
C’è una domanda di fondo che credo possa guidare ogni tipo di ragionamento circa la dimensione politica dell’ambientalismo organizzato nel nostro Paese e cioè, a fronte dei successi che, ormai, da diverso tempo, in Europa contraddistinguono diverse formazioni nazionali dei verdi, su tutti quelli tedeschi, come mai in Italia questo non è avvenuto?
Nella mia testa, l’esempio più riuscito mi appare quello dei “Grunen” che oggi sono il terzo partito in Germania e con ampia possibilità di divenire il secondo, sbalzando la SPD e che, tra l’altro, oggi, sono al governo in 8 Land su 16.
Un po’ di storia sicuramente ci aiuta a capire al meglio le ragioni di un successo, ma anche le differenze tra Italia e Germania.
L’attuale formazione Alleanza 90/Die Grunen è figlia della riunificazione tedesca. Nel 1993 infatti i Grunen ( i verdi ) della Germania Ovest si fondano con Alleanza 90 dell’Est, formazione quest’ultima che raggruppava diversi gruppi del dissenso dell’allora Germania comunista.
Ma i verdi tedeschi hanno una storia più antica. “Die Grunen”, i verdi, nascono nella Germania Ovest negli anni settanta. Hanno una forte, fortissima, iniziale impronta antisistema. Nascono nell’estrema sinistra alternativa sessantottina e contestataria, fortemente ecologista, antinucleare e pacifista. La loro evoluzione politico organizzativa è interessantissima. Ben presto si assiste alla divisione tra Realò e Fundi ( pragmatici e fondamentalisti ), ma il vero salto di qualità lo fanno entrando nel governo di coalizione nel 1998 guidato dal socialdemocratico Schroder e con Joschka Fischer vice cancelliere e Ministro degli Esteri, nume tutelare e punto di riferimento dell’intero movimento anche ora.
Il governo rosso verde dura sino al 2005 e da li, tra alti e bassi, assistiamo all’evolversi del movimento sino agli ultimi anni in cui si afferma come forza politica di primo piano votata in maniera trasversale sia da chi prima guardava a sinistra, sia da chi guardava al fronte conservatore.
Oggi i verdi ( Alleanza 90/ Die Grunen ) sono capitanati da due coordinatori ( entrambi, tra l’altro, a detta degli analisti possono aspirare anche alla cancelleria ) Annalena Baerbock e Robert Habeck, ma non solo, oggi, sono totalmente emancipati dal radicalismo ecologista pur continuando a portare avanti numerose istanze e sono, altresì, distanti dagli stereotipi che in passato li identificava con la sinistra radicale, tanto da poter essere, ora, associati, con la loro agenda politica civico/liberale fatta di temi quali l’integrazione, la migrazione controllata, le politiche a favore delle donne ed una proposta economica moderata e liberale anche ad una possibile coalizione prossima ventura con la CDU/CSU.
E dunque, a questo punto, la domanda è, ma come mai in Italia la storia politica del movimento ecologista è così diversa tanto da non riuscire, il più delle volte, a non avere rappresentanza politica e a non superare le soglie di sbarramento?
Il primo aspetto lo colloco nel passato. L’assenza di un leader capace di tracciare la via. Insomma, l’assenza di un Joschka Fischer in grado di prendere sulle sue spalle le sensibilità ecologiste e di tradurle in sano pragmatismo, ma con una visione politica. In definitiva la scomparsa prematura del carismatico Alex Langer ha certamente ridotto le possibilità alle origini della scelta ambientalista nel nostro Paese.
Secondo aspetto non indifferente. A mio parere fin dalle origini i temi cari ai verdi sono stati in buona parte assorbiti, nel nostro Paese, sia a sinistra attraverso le diverse associazioni collaterali ai partiti storici di questa area culturale, sia dai partiti moderati. Così, nella c.d. prima Repubblica le diverse istanze hanno trovato cittadinanza, restringendo di molto il possibile bacino elettorale, anche se poi non hanno trovato concreta soluzione.
Un terzo elemento che a mio avviso ha limitato la crescita sta nel fatto che nel nostro Paese i temi come la disoccupazione, lo sviluppo economico e la povertà sono preponderanti rispetto al percepito del problema del cambiamento climatico e perchè molte volte il messaggio ambientale è visto come un freno, un blocco rispetto alle possibili opportunità di crescita.
Un ultimo aspetto che riguarda tuttavia più il presente è dato dal fatto che diversi temi ambientali sono patrimonio dei cinquestelle e quindi di una forza politica composita anche se in crisi di consenso e di classe dirigente.
A fronte di questo quadro allora la domanda che sorge è: gli ostacoli che hanno in passato limitato la crescita degli ambientalisti sono ancora validi? E’ cambiato qualcosa nella società italiana e nella proposta politica?
Provo a fare qualche ragionamento. In questi ultimi anni per tutta una serie di motivi è cresciuta la sensibilità ambientalista nel nostro Paese. Sicuramente in maniera molto più marcata nelle giovani generazioni e il fenomeno “Greta” è stato sia miccia sia termometro di qualcosa che stava crescendo. La pandemia recente poi ha accentuato una consapevolezza e cioè che occorre cambiare stili di vita, immettere sempre più elementi che modifichino in meglio le nostre città attraverso nuova mobilità e sviluppo sostenibile al fine di abbattere gli agenti inquinanti e, in ultimo, che occorre cambiare i paradigmi economici sino ad ora dominanti.
Tutto questo è sufficiente per dare una spinta alla presenza politica dei “verdi” italiani? O meglio, sono i “verdi” in grado di interpretare, intercettare queste emozioni presenti nella nostra società. Nel nostro Paese, almeno allo stato attuale, ci sono ancora due freni, due elementi che ancora rendono fragile la presenza organizzata dell’ecologismo politico. Il primo. I 5stelle coprono ancora un bacino elettorale di attenzione ai temi cari all’ambientalismo. Li coprono, ma anche li usano in una logica estremista, di radicalismo ecologista che si manifesta con i no perentori e continui. Il secondo elemento è quello della assenza di una classe dirigente pensante in grado di essere riconoscibile dal grande pubblico.
Io credo, tuttavia, che nel mondo ecologista ci siano grandi potenzialità inespresse e possibilità da giocare soprattutto nelle partite politiche di questi anni. Penso che la strategia migliore da perseguire, come primo mattone nella costruzione della casa, per il variegato mondo ambientalista italiano sia quella di proporsi con alleanze locali con quelle liste civiche che hanno in se sensibilità ambientaliste, ma anche il desiderio di contribuire a ridisegnare le città e la qualità di vita nelle città. Penso poi che l’abbandono di ogni estremismo ecologico e la costruzione di programmi fatti di SI rispetto a dei semplici NO sia un tassello fondamentale per recuperare credibilità, anche per proporre non la “decrescita felice”, ma una crescita diversa, fatta di nuove tecnologie al servizio di una industria pulita, energia rinnovabile e quindi giocarsi la partita anche dei nuovi diritti e contribuire all’abbattimento delle diseguaglianze.
La strada aperta dai Grunen tedeschi è tracciata. Il loro europeismo è un elemento basico e un segnale chiaro al non aver mai ceduto di fronte a nessun populismo. Speriamo facciano scuola anche tra di noi.

Roberto Molinari
Direzione Ple PD Varese