I nostri “Kennediani”

Ci sono fatti o eventi che, più facilmente di altri, hanno la capacità di riportare ciascuno di noi ai miti che, magari, hanno colpito l’immaginario della propria crescita vocazionale o il percorso della maturità.

Ognuno di noi ha qualcosa da rispolverare nella propria vita. Un po come quei vecchi libri che hai letto quando avevi diciotto o venti anni e che, a distanza di due o tre decenni, decidi di tirare fuori dalla tua libreria e vedere se ti danno le stesse sensazioni di allora.

La generazione dei baby boomer, quelli nati negli anni sessanta e figli del benessere economico raggiunto è sicuramente quella che, nel suo guardare alle spalle, ha il maggior numero di miti.

Io appartengo a questa generazione e non fuggo certo da questa caratteristica. Così i miei miti sono personaggi come Don Milani, Martin Luther King, i fratelli Kennedy e così via.

Nel suo primo anno di presidenza J. F. Kennedy con la capacità riconosciutagli di interpretare le idealità del mondo giovanile compì un atto che ai molti sembrò insignificante. Fondo i Peace Corps, i “corpi della pace”, una organizzazione che intendeva raccogliere la meglio gioventù americana e mandarla nei paesi in via di sviluppo al fine di aiutare su progetti concreti le popolazioni di quei paesi.

Ho avuto questo flash di ricordo vedendo come all’appello di un nostro giovane consigliere comunale Giacomo Fisco hanno risposto centinaia di giovani di Varese e della nostra provincia.

Noi siamo in un momento drammatico della nostra storia nazionale. Ormai da più di un anno la pandemia colpisce duramente e l’unico modo per uscirne, al di là di tutte le precauzioni, rimane solo e solamente quello di vaccinare nel più breve tempo possibile più persone. Così Giacomo Fisco ha voluto mettersi in gioco e vedere se il guanto di sfida sarebbe stato raccolto anche da altri. Ha lanciato con alcuni amici “Ghe sem”, l’appello via social a mettersi a disposizione, da parte dei giovani, per dare una mano, un supporto alle necessità del centro vaccinale aperto proprio in questi giorno alla Schiranna e messo su a tempo di record dal nostro Esercito proprio per la campagna vaccinale di massa.

Giacomo Fisco nell’arco di pochi giorni ha raccolto quasi trecento disponibilità di giovani a mettersi in campo al servizio della comunità varesina.

Nella nostra storia italiana sono molti gli episodi di solidarietà e generosità che hanno visto per protagonisti i giovani. Pensiamo agli “angeli del fango” durante l’alluvione di Firenze, pensiamo ai terremoti, quello del Friuli, quello dell’Irpinia, per non parlare dei più recenti e delle altre tragedie italiche. In tutte abbiamo visto la generosità dei giovani pronti a mettersi in gioco e a dare una mano.

Ecco, in questi giorni vedendo le magliette rosa ( almeno questo mi pare il colore ) con la scritta “Ghe sem” alla Schiranna e vedendo tutte facce giovani accanto ai militari, ai volontari di Protezione Civile, a quelli della Croce Rossa o dei Carabinieri in congedo, ecco, vedendo tutti questi, insieme ai giovani che ad un appello social hanno risposto con generosità mi è venuto in mente quell’idea di Kennedy che allora, ai ben pensanti parve un azzardo se non altro.

Mi è venuta in mente quell’idea perchè allora fu la lungimiranza di un Presidente che voleva dare spazio alle idealità dei giovani a mettere a disposizione uno strumento perchè quell’idealità non andasse persa o peggio relegata nella scatola delle buone intenzioni, ma mai attuate.

Senza cadere nella retorica e certamente facendo i distinguo del caso, io credo che noi si debba sempre avere la capacità di credere che la meglio gioventù è molto più numerosa di quanto si pensi e molto di più vicina a noi di quanto si creda.

La meglio gioventù che questo Paese ha è quella che ha la capacità di mobilitarsi con un semplice messaggio social e che si mette a disposizione con generosità per qualche ora, per qualche giorno, per qualche tempo spendendo il proprio tempo in un gesto di gratuità e lo fa in un momento drammatico, come questo e lo fa stupendo in meglio tutti gli scettici e i pessimisti sul nostro Paese e sulle sue giovani generazioni.

Ecco, io credo fermamente che, da sempre, da un male può nascere un bene. E credo che i ragazzi del “Ghe sem” siano proprio l’ennesima dimostrazione di questo banale pensiero.

Roberto Molinari

Assessore ai Servizi Sociali

Comune di Varese

( www.rmfonline.it del 9 aprile 2021 )

Da Letta a Galimberti

Alcune premesse mi sembrano doverose. E’ impensabile credere che la formazione di un nuovo governo in tempi normali non provochi degli assestamenti nel quadro politico. A complicare la nostra realtà c’è una situazione di questo tipo. Un Parlamento eletto nel 2018 che ha fotografato una Italia con predominanza di forze populiste. Due governi succedutisi e guidati dalla stessa persona, ma con maggioranze diverse e alternative, una totalmente populista e anti europea, l’altra europeista e di centrosinistra. Un Parlamento che ha visto sino ad oggi il cambio di casacca di decine e decine di parlamentari e che ora mostra una composizione di seggi che non corrisponde più al Paese reale. Insomma, con una situazione simile anche per i più ottimisti sarebbe stato impensabile credere che non ci sarebbero stati mutamenti con il nuovo Governo Draghi sul sistema politico.

Ma aggiungo un altro elemento di riflessione che mi pare opportuno non dimenticare. La crisi di governo del Conte 2 è stata innestata da Renzi che ha la presunzione e l’ambizione dichiarata di essere il king – maker del sistema politico ridisegnando il quadro secondo i suoi obiettivi.

A rigore di verità occorre riconoscere che questo è in parte avvenuto. Ha eliminato Conte dal vertice della piramide di potere statuale, portato Draghi alla Presidenza del Consiglio facendo si che questa fosse l’unica scelta possibile, tentato di minare l’alleanza PD, Cinque stelle e Leu e, in un quadro internazionale anch’esso in movimento dopo l’elezione di Biden, proporsi ai leaders politici come l’uomo che da le carte nel nostro Paese malgrado tutti i sondaggi attuali, in una situazione di unità nazionale, segnalino la sua irrilevanza numerica in Parlamento.

In politica c’è, tuttavia, una regola costante. Ad ogni azione corrisponde una azione uguale e contraria. E il quadro politico per effetto del nuovo governo Draghi si è rimesso in movimento.

Così noi abbiamo oggi una Lega che è rappresentata al Governo dai “moderati” e che è costretta ad accettare l’opzione europeista, non si sa quanto sinceramente, ma comunque in questo fortemente spinta dai ceti produttivi del nord. Un Salvini che gioca la carta dell’uomo di lotta e di governo, ma che non essendo più ministro dovrà combattere su tre fronti.

La divaricazione con Giorgetti sulla prospettiva politica, sovranismo o partito popolare europeo?. La concorrenza della Meloni sull’egemonia nel centrodestra. Il Parlamento europeo dove l’attuale collocazione tiene la Lega isolata.

I “cinque stelle” in crisi identitaria avendo in tre anni accettato tutto e il suo contrario, subito perdite continue di deputati e senatori ed oggi costretti ad affidarsi obbligatoriamente, pena una discesa infinita, a Conte e quindi ad un capo politico che, in qualche modo li deve traghettare in un percorso evolutivo capace di trasformarli da movimento populista a partito organizzato e collocato nel centro-sinistra, slegato dalle intemperanze dell’ala più ortodossa e di quella strana creatura che è Rousseau.

In questo contesto si è aperta e in parte forse chiusa la crisi del PD.

Che è successo? Come scrivevo poc’anzi, in politica ad ogni azione corrisponde una azione uguale e contraria. Così Zingaretti, eletto dal congresso sulla base di un “mai con i “cinque stelle”, si è trovato prima a non poter andare al voto come voleva durante la crisi del Conte 1, poi a dover accettare il Conte 2 con l’alleanza con i “cinque stelle”, governo di fatto imposto da Renzi che in seguito ha mollato il PD e, infine, dopo aver più volte sottolineato il “O Conte o morte” nella crisi imposta dall’ex e mai compresa dagli elettori, è dovuto passare sotto le forche caudine dell’accettazione della soluzione imposta dal Presidente Mattarella del Governo Draghi e di unità nazionale e cioè esattamente quello che sino a poco tempo fa aveva sempre rifiutato come ipotesi e, di conseguenza, è entrata in crisi la sua leadership, perdendo la pazienza e sbattendo la porta soprattutto contro la schizofrenia correntizia, rassegnando le dimissioni e aprendo, alla fine, il vaso di Pandora del più importante partito di centrosinistra.

Ma qui mi si permetta di svolgere alcune considerazioni.

A Zingaretti va sinceramente la solidarietà umana. Si è trovato fin da subito a doversi confrontare con la figura scomoda di Renzi, con gruppi parlamentari che non facevano riferimento alla sua segretaria, all’isolamento prodotto dalla mancanza di alleati come eredità avvelenata ricevuta e ad una sclerosi correntizia interna quasi impossibile da gestire.

Malgrado questa situazione è riuscito a rompere l’isolamento e a guadagnare punti. Ma, a un certo punto, si è trovato a gestire la crisi del governo Conte 2 innestata da Renzi, per le ragioni che ho già accennato prima e qui si è infilato in una serie di errori, complici anche consiglieri politici che esternavano più del segretario, che lo hanno portato a non essere più in grado di gestire il partito e un sistema correntizio che lo sottoponeva ad un bombardamento continuo di critiche sulla linea politica e sul modo di affrontare la crisi, critiche che spaziavano dalla gestione della crisi appunto, alla linea di dialogo con i “cinque stelle”, alla meno nobile, ma sicuramente presente richiesta di un congresso anticipato con l’intento evidente e non dichiarato di non lasciare gestire le candidature alle prossime elezioni politiche a Zingaretti in un sistema di liste bloccate e con la forte riduzione del numero dei parlamentari prevista della riforma approvata.

A fronte di questa situazione divenuta insostenibile Zingaretti ha sbattuto la porta e ha rassegnato, con quello che io personalmente, al di là della comprensione umana, ritengo un atto politicamente sconsiderato, le dimissioni.

Oggi, a distanza di alcune settimane da questo atto, il PD ha un nuovo segretario, Enrico Letta, di rientro dal suo auto esilio parigino. Dunque tutto risolto?

Non proprio, ma anche qui qualche ragionamento distante dall’ortodossia propagandistica e da zelanti zeloti democratici va fatta non fosse altro per rispetto dei militanti e degli elettori presenti e futuri del PD.

Con le dimissioni di Zingaretti si è aperto il vaso di Pandora. Questo ha fatto si che si guardasse da subito oltre alpe e si facesse ricorso a colui che era stato defenestrato da Renzi, anche con il consenso degli stessi che oggi lo hanno richiamato cioè Letta.

Ma la politica non si può fare con i risentimenti e questo apre a possibilità forse inedite rispetto ad un partito che in 14 anni ha portato alle dimissioni anticipate ben 7 segretari.

Letta è certamente figura autorevole. Lo è nel partito, lo è nei confronti del Governo in carica e lo è nel Paese.

Quando fu estromesso col solo voto contrario in direziona nazionale di Pippo Civati, se ne andò senza proclami di vendetta, né strali, dimostrando e in politica questo conta, stile e intelligenza. Ma Letta è anche sicuramente uomo con conoscenze economiche e quindi in grado, anche per consuetudine, di dialogare con Draghi, con l’Europa e con i leader europei.

Detto questo il suo compito non è certo facile. Deve mettere la museruola alle correnti romane e indirizzare una linea politica che, se da un lato deve portare al mantenimento di un asse politico con Leu e “Cinque stelle”, dall’altro deve far si che si concretizzi nell’ambizioso protagonismo di essere non subalterno ai “pentastellati” e l’antagonista principale della Lega populista di Salvini.

Non solo, deve ricostruire il partito senza chiudere al pluralismo interno e senza farsi ingabbiare dalle correnti che sono, per ammissione di molti, solo l’esasperazione di un sistema parlamentare imposto da liste bloccate che spinge alla fedeltà feudale verso il leader che garantisce la posizione di eleggibilità.

In questo Letta ha sicuramente degli alleati preziosi nella classe dirigente locale del PD e negli amministratori, gente generalmente preparata e più distante dai giochi e dagli esasperati equilibri romani.

Il PD sconta ancora tra gli elettori il fatto che le ultime elezioni vinte sono quelle del lontano 2006, mentre negli ultimi anni è sempre stato al governo, tranne il periodo del Conte 1, attraverso il gioco parlamentare.

Questo lo fa percepire poco generosamente come un partito di potere e il partito dell’establishment, mentre la maggior parte del suo attuale elettorato è oggi concentrato nelle grandi e medie città, ed è fatto in maggioranza da voto di opinione espresso da ceti medio alti e normalmente con istruzione elevata.

Insomma, con una percezione tra gli elettori di questo tipo non si va da nessuna parte tant’è che dal 34% di Veltroni si è passati all’attuale 18% con la prospettiva di finire ad essere il quarto partito italiano superati dai “Cinque stelle” di Conte e da FdI.

Dunque una sfida complicata, quasi un ossimoro.

Primi passi. Letta ha dichiarato fin dall’inizio che non intende essere prigioniero delle correnti, né farsi condizionare da esasperate mediazioni e i suoi primi atti sembrano in questa direzione.

Coinvolgimento dei circoli sui punti principali del suo discorso di accettazione, nomina di due vice segretari senza andare a trattare con i capi bastone, presentazione di una segreteria snella e fatta da persone di provenienza diversa.

Un altro punto a suo favore o meglio due. Il mantenimento dell’alleanza con i “Cinque stelle” e Leu, ma anche la contemporanea apertura ad altri soggetti più moderati e l’impegno a far giocare al PD una partita di collaborazione competizione con tutti i partecipanti di questo centrosinistra allargato.

Secondo, la competizione alternativa alla Lega, anche questa da mettere in campo in un percorso che potrebbe certamente vedere il PD all’opposizione, senza drammi, senza timore, ma senza dare per scontata la vittoria del centrodestra.

E dunque, nel momento in cui scrivo, non posso che rilevare l’inizio di un “luna di miele” tra Letta, i militanti e gli elettori.

Certo nessuno può sapere quanto questo durerà, tuttavia, l’orizzonte di Letta è il 2023 e quindi molto rimane da vedere e molti sono i nodi che rimangono da sciogliere, uno su tutti, la legge elettorale e, di conseguenza, come si sceglieranno le candidature al Parlamento.

Ricadute a livello locale della segreteria Letta.

E’ certo che le dimissioni di Zingaretti soprattutto perché repentine e a freddo hanno gettato nello sconquasso i militanti, va detto, tuttavia, che l’essere arrivati nel breve ad una soluzione autorevole ha fatto si che il partito si compattasse subito, almeno in periferia, intorno al nuovo segretario.

Ora Letta ha giustamente dichiarato che intende mettere la testa anche sulle città che andranno al voto amministrativo in autunno. E’ evidente che le partite principali sono quelle di Roma, Milano, Torino, Napoli.

Io penso che anche Varese col suo carico simbolico e con l’attuale, almeno fino ad ora, scontro Galimberti Maroni possa rientrare in quella lista di particolare attenzione che il segretario nazionale intende avere.

Qui, tuttavia, abbiamo due aspetti rilevanti.

Il primo. Il PD e il Sindaco in questi anni hanno sempre lavorato per allargare la coalizione cercando di andare al di là di quella che ci aveva visto vittoriosi nel 2016. In questo si è sicuramente anticipato un quadro nazionale soprattutto nei confronti di I.V. e dei Cinque Stelle, senza abbandonare l’attenzione al civismo, ma sapendo superare anche i veti di chi pensa che la politica di coalizione sia statica e richieda l’unanimismo.

Il secondo aspetto. Come sempre le amministrative si vincono, almeno per il centrosinistra, se prevale la dimensione locale, il buon governo locale e non il quadro nazionale o le regole romane.

Questo secondo punto è del tutto dirimente su ogni possibile strategia del centrosinistra al Governo cittadino. Bergamo e Brescia anche recentemente lo hanno dimostrato sia pur con tutte le loro particolarità e caratteristiche in terra lombarda. E lo hanno dimostrato portando alla vittoria sindaci di centrosinistra proprio nel momento del grande successo del populismo leghista.

A Varese, città particolarmente distante dal pensare romano, le eventuali parate di uomini di Governo o di leader di partito non sono mai particolarmente apprezzate. Quello che ama è la pacatezza, la moderazione e soprattutto la praticità ed il fare, tutte cose ormai molto distanti dalla sciatteria di Salvini, ma anche dalla fallimentare organizzazione sanitaria della Regione Lombardia , cosa quest’ultima si, che sposterà gli elettori anche a livello locale. Confido che Letta sappia leggere la realtà, anzi una realtà come la nostra, fidandosi di chi sul territorio vive e ha costruito una esperienza unica in primis il Sindaco Galimberti.

Roberto Molinari

Direzione P.le PD Varese

( www.rmfonline.it del 26/03/2021 )

Vaccini: la Varese “ai margini” aspetta di conoscere la sua sorte

Qualcuno penserà a mettere in sicurezza i più fragili, e chi lavora per loro? Ad affrontare la questione, per la città di Varese, è l’assessore ai servizi sociali Roberto Molinari: ma abbiamo ascoltato anche i principali operatori

(pubblicato da varesenews il 12 marzo 2021 ) ( mie dichiarazioni raccolte da Stefania Radman che ringrazio per lo spazio che mi ha dato e per il bel articolo )

Generico 2018

La confusione sui vaccini è tanta, le priorità rischiano continuamente di “saltare”, c’è apprensione su quando e come si potrà essere vaccinati.  Un problema per tutti, ma che diventa sempre più grande e drammatico quanto più ci si avvicina al margine della società. Ed è proprio tra chi si cura delle persone in difficoltà che sta crescendo la principale preoccupazione su come viene affrontata la parte sanitaria per questo settore, costituito da persone fragili tanto quando quelle con problemi sanitari o anziane, ma che sfuggono a liste o statistiche.

Ad affrontare la questione, per la città di Varese, è l’assessore ai servizi sociali Roberto Molinari: «In Regione siamo arrivati al quinto piano vaccinale. E’ comprensibile che ci siano correzioni per colmare lacune e parti non stabilite fin da subito –  spiega l’assessore – ma questa vaghezza crea una serie di preoccupazioni, soprattutto per chi è chiamato a dare risposte senza averne competenze».

All’interno di questo quadro: «Mi sento di lanciare una sorta di appello, nei confronti di soggetti che non sono stati ancora bene identificati. Parlo del terzo settore, in particolare quello non impegnato in attività di tipo sanitarioma in attività sociali. Quell’area, per esempio, che si occupa di marginalità e grave marginalità: e intendo gli operatori e i volontari, che spesso non sono operatori sanitari, ma anche gli utenti, che sfuggono spesso anche all’anagrafe perchè senza dimora. Io vedo molta attenzione ai sanitari, stanno già vaccinando gli insegnanti, ma non ho visto alcun pensiero per questi settori. Eppure è urgente mettere in sicurezza anche quelli».

Il primo problema è di responsabilità: «In questo caso chi deve decidere? Regione o Ats? È importante capire la filiera del comando – sottolinea Molinari – Ats Milano, per esempio, si sta muovendo nella direzione di vaccinare anche questa parte di terzo settore. È una decisione autonoma o c’è una direttiva generale? Faccio queste domande perchè me lo chiedono gli operatori e io a questo proposito non ho una risposta, ne positiva ne negativa, perchè nessuno ha affrontato il problema. Troppo spesso si considera risolto il terzo settore perchè si pensa sia solo di tipo sanitario, e quindi già ricompreso in altre liste. Ma c’e un terzo settore di cui non si parla, quello della grande marginalità, che è altrettanto importante. Sono persone che non rientrano nei circuiti ma che, se curate, a noi consentono di mantenere la pace sociale, che in questo momento è in pericolo».

LA SITUAZIONE AI MARGINI: PARLANO GLI OPERATORI

Ma qual è la vera situazione di chi opera sul campo a Varese? Quanti sono vaccinati, quali sono i problemi di chi giorno per giorno si occupa di tali fragilità? abbiamo provato a chiederlo ad alcune delle più importanti realtà del terzo settore “di strada”. Partendo da una domanda uguale per tutti: “Come siete messi con le vaccinazioni?”.

Roberta Bettoni, cooperativa lotta contro l’emarginazione
«Come stiamo a vaccinazioni? Zero. Noi a Varese siamo sede operativa di un’organizzazione che ha sede legale a Sesto S.Giovanni e quindi “tastiamo il polso” a diverse realtà sanitarie, accorgendoci che non tutte le Ats si comportano allo stesso modo. In particolare, io sono responsabile di un gruppo di circa 50 operatori, per i quali abbiamo fatto richiesta di vaccino, e fino ad oggi non ci hanno risposto. O meglio, ci hanno detto che devono dare priorità ad ottantenni, disabili, insegnanti, operatori sanitari e RSA. La nostra situazione però è questa: abbiamo un “drop in” per i senza fissa dimora e tossicodipendenti, abbiamo persone che lavorano in strada con tossicodipendenti e prostitute. Direi che siamo sufficientemente a rischio. Inoltre siamo a conoscenza del fatto che la situazione fuori regione è diversa. A Torino per esempio operatori e volontari simili ai nostri sono già stati vaccinati: Ma anche a Brescia, cioè in Lombardia, sono già stati vaccinati, considerandoli come operatori dell’emergenza. I nostri operatori che lavorano a Milano con le donne maltrattate sono già stati vaccinati tutti. La verità è che, tolte alcune categorie certe, che sono note a tutti, per il resto non si sa come procedere. E il problema dei volontari è solo uno degli aspetti da chiarire: noi abbiamo anche il problema degli utenti, che sono difficilissimi da far seguire e farli rientrare in un piano di cura, men che meno in un piano vaccinale. Per loro, non c’è nessuna indicazione di nessun tipo».

Davide Zanzi, Cooperativa san Luigi, Casa della Carità/Pane di Sant’Antonio
«Io ho scritto subito all’Ats per richiederli: perchè nei nostri progetti in housing abbiamo dei vecchietti, e anche messi un po’ male: ultrasettantenni in ossigenoterapia, per dire… ma non abbiamo avuto riscontri. Per quanto riguarda gli operatori, si sono prenotati per il vaccino e pian piano lo faranno tutti, ma la nostra preoccupazione ora sono gli utenti, perchè non capiamo letteralmente che cosa faranno. Di tutto questo problema, la cosa peggiore è senza dubbio la mancanza di comunicazione: abbiamo interlocuzione con i comuni, che hanno peraltro le nostre stesse difficoltà, ma con Ats è davvero difficile dialogare».

Fiorella Gazzetta, Sanità di Frontiera
«Quando è stato il momento di fare richiesta abbiamo mandato subito una mail affinché sia noi che gli utenti avessimo la vaccinazione. L’ho inviata a gennaio, e non ho avuto ancora risposta. Per quanto riguarda i volontari, c’era un link dell’Asst che permetteva di iscriversi alle associazioni sanitarie di primo soccorso. Un link che per i nostri medici, paramedici e volontari ha funzionato benissimo, anche perché non faceva distinzioni. Una buona cosa perché alcuni dei nostri volontari più anziani, anche non sanitari, hanno potuto ritornare a operare dopo il vaccino: noi siamo di norma in 50, ora siamo 30-35, ma ci siamo ritrovati anche in 12 a causa della loro comprensibile mancanza. Ci occupiamo, spesso su strada, di persone senza permesso di soggiorno  o di senza fissa dimora, è una attività molto esposta. Noi però chiediamo il vaccino per tutti i nostri assistiti non solo fragili o patologici, e anche i senza fissa dimora: perchè vediamo con i nostri occhi quanto sia impossibile per loro rispondere alle prescrizioni anticovid innanzitutto per il fatto che non hanno una casa, o che spesso la condividono in famiglie allargate piene di gente».

Andrea Menegotto, City Angels
«I nostri volontari sono vaccinati ma per un motivo preciso: noi abbiamo un protocollo di intesa con Asst Valle Olona, e diversi dei nostri prestano servizio presso gli ospedali di Busto e Gallarate. Non ci siamo mai fermati e interveniamo in ambiti di rischio, dove si possono trovare persone positive: dalla strada al pronto soccorso. Per questo ci hanno convocato per fare il vaccino come operatori sanitari. Poi questi volontari in servizio a Busto vengono anche a Varese, nei casi più critici e quindi sono già protetti. Noi a Varese seguiamo in particolare il dormitorio e alcuni casi “di strada”: per loro però non abbiamo risposte. Noi in particolare abbiamo utenti anche ultrasettantenni e senzatetto, che vengono al dormitorio o troviamo sulla strada, che spesso sono non certificabili anagraficamente. Quando una persona perde la residenza perde ogni riferimento e diritto al medico: il che significa che queste persone per le strutture sanitarie non esistono. Noi stiamo cercando di censire la situazione, ma anche di cercare di sanare le situazioni più difficili: anche perchè è necessario prima o poi avere un medico, per potersi far somministrare il vaccino».

Maria Rosa Sabella, centro diurno “Il Viandante”
«In che situazione siamo con i vaccini? Inesistente. Dei nostri volontari qualcuno si è vaccinato per conto suo, rientrando in qualche categoria o arrangiandosi. Per dire, quelli piu anziani erano stati chiamati per le vaccinazioni ma poi rimandati indietro con tante scuse  dicendo che non le avrebbero più fatte. Gli utenti non sono stati considerati nemmeno di striscio. Qualcuno ha fatto il tampone, ma solo per entrare nei dormitori. E c’è chi ha chiesto a me qui al centro di aprire la mail che gli comunicava i risultati. Fortunatamente, era negativo»

America, oh America

Lo ammetto. Io amo gli Stati Uniti. Amo quel vento di libertà che spira a stelle e strisce. Amo quei soldati che per due volte sono sbarcati in Europa. Amo il Roosevelt del New Deal, il piano Marshall, i fratelli Kennedy. Amo Walt Whitman e Robert Frost, ma anche Hemingway, Steinbeck, così come Salinger, Keruac, Ginsberg e Bukowski. Amo l’America che ha inventato il blues e il jazz, James Taylor, gli Eagles, Jackson Browne, Joni Mitchell, ma anche Frank Sinatra, Burt Bacharach, Joan Baez, Bob Dylan, Elvis e Bruce Springsteen. Amo l’America che ha votato due volte Barack Obama e ora Joe Biden e Kamala Harris vice.

Certo l’America non è solo questa. E’ anche quella della guerra del Vietnam, del golpe di Pinochet, dei colonnelli in Grecia, delle armi di “distruzione di massa” di Saddam Hussein, del razzismo e dei suprematisti bianchi, della segregazione negli stati del sud, delle armi vendute senza controllo che uccidono.

Insomma, gli Usa sono molte cose e il loro contrario. A novembre scorso Biden ha battuto Trump, il peggiore Presidente della loro storia.

“Questa è l’era della giusta redenzione. Abbiamo temuto al suo inizio. Non ci sentivamo preparati a essere gli eredi di un’ora tanto terrificante. Ma dentro di essa abbiamo trovato la forza di scrivere un capitolo. Di offrire speranza e risate a noi stessi” ( Amanda Gorman al giuramento ).

Dunque gli USA sono molte cose ed il loro contrario. L’America è oggi un paese diviso. Spaccato quasi a metà. E, sarebbe illusorio, per noi pensare che Trump sia una sorta di marziano caduto a Washington e rimasto li 4 anni.

Trump ha interpretato, radicalizzato, strumentalizzato gli umori profondi dell’America più nascosta. Sarebbe un errore pensare che Trump sia un corpo estraneo alla più grande democrazia del mondo occidentale e sarebbe un errore leggere questo fenomeno con occhi intellettuali o con la supponenza ideologica delle magnifiche sorte del progressismo.

Populismo e sovranismo sono parte di un mondo malato che è presente non solo negli USA, ma anche in Europa. Ci siamo illusi per molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e del muro di Berlino di aver estirpato la mala pianta del sovranismo e del populismo.

Possono essere molte le ragioni del perchè negli ultimi decenni siamo stati attraversati da questo fenomeno, prima carsico e poi dirompente. Il fallimento della globalizzazione, così come la paura di perdere posizioni nella scala sociale, il timore nel vedere il diverso venire da noi, che poi altro non sono che uomini e donne alla ricerca di un vita decente. Tutte situazioni che hanno gettato nel panico milioni di persone che si sono sentite abbandonate dalle élitè politiche e hanno trovato sicurezze in chi ha parlato a loro con la forza della pancia, la semplificazione del pensiero rispetto alla complessità e la banalità di un messaggio senza scrupoli.

Populismo e sovranismo non sono nuovi nella storia dell’umanità, ne è pensabile che siano solo un problema americano anche se a noi del vecchio continente piace pensarlo così per mondarci la coscienza.

Leggete la biografia di Barack Obama e vedrete quanto questi fenomeni sono parte della loro storia, ma leggete anche i due volumi di Scurati dedicati a Mussolini e vedrete quanto populismo e sovranismo l’Europa e l’Italia hanno già sperimentato nel passato. Trump, Berlusconi, Salvini, Grillo non sono altro che le facce recenti di una storia che si ripete.

Si ripete quando si abbandona la capacità di parlare con le masse. Quando i partiti non sono più popolari e diventano solo luogo di carrierismi o di presunzioni ideologiche lontane dal buon senso.

Si ripetono quando si presuppone di essere portatori di verità e non si vede la sofferenza dell’uomo qualunque e lo si lascia in balia di quella destra che è sempre stata più brava a interpretare le paure, ad alimentarle e a trasformarle in luoghi comuni a favore dell’uomo forte, pugno duro e ventre molle. E quando scrivo di destra non intendo i conservatori o i liberali.

La caduta di Trump fa venire meno un grande appoggio ai sovranisti e populisti europei. Le ferite dell’America non sappiamo se saranno sanate da Biden e dalla Harris. Ne’ sappiamo in quanto tempo riusciremo noi a ricostruire i legami di fiducia tra gli europei e i nostri governanti, le sue élitè e i suoi principi democratici rispetto agli sbreghi che abbiamo visto in questi anni.

“Ma una cosa è certa: se uniamo la misericordia alla potenza, e la potenza al giusto, allora l’amore diventerà la nostra eredità. E cambierà il diritto di nascita dei nostri figli. Quindi facciamo si di lasciare un Paese migliore di quello che abbiamo ereditato” (Gorman). La nostra storia è come un pendolo. Sta a noi far si che non si sposti mai troppo e per troppo tempo dalla parte del sovranismo e del populismo.

Roberto Molinari

( La Finestra n. 12 marzo 2021 )

Vaccini sì, ma quando?

Indicazioni provvisorie, se non vaghe

Circa una settimana fa è stato approvato dalla Regione Lombardia il suo quarto piano vaccinale. Nel momento in cui scrivo, la Giunta Regionale, ha licenziato il quinto correggendo, in buona parte, quello precedente, ma lasciando alcune vaghezze che confidiamo siano coperte nel breve.

Probabilmente, Draghi procederà ad un processo di accentramento dei piani evitando così la frammentazione regionale che fa si che oggi ci sia un piano diverso per ogni regione. Il nuovo corso dato alla Protezione Civile rimettendola al centro dell’azione sembra già un passo in avanti verso questa soluzione, così come la nomina di un Generale già responsabile della logistica dell’esercito a Commissario all’emergenza al posto di Arcuri. Questi aspetti confermano una certa provvisorietà rispetto a tutti gli elaborati fin qui proposti ed un possibile cambio di rotta, magari anche significativo, anche nei prossimi giorni.

Ma, per ritornare alla Regione Lombardia, la Moratti e Bertolaso sostengono, nell’ultimo elaborato, che entro il mese di giugno la campagna di vaccinazione massiva potrà essere terminata ( 6,6 milioni di persone ) e che per raggiungere questo obiettivo si dovrà procedere a fare 170 mila vaccinazioni al giorno.

Per il territorio dell’ATS Insubria questo vuol dire almeno 29 mila vaccini al giorno. Ora, al riguardo il primo dubbio che sorge leggendo le carte è che non è indicata la data di inizio delle vaccinazioni massive e va tenuto in conto che, sempre ad oggi, la vaccinazione degli ultra ottantenni sta procedendo con ritardi, come confermato ahimè, dai numerosi sms che Regione sta mandando proprio a queste persone per scusarsi del ritardo e del non aver ancora comunicato ai più la data di vaccinazione e il luogo.

Permane quindi il dubbio che i tempi dati siano un tantino esagerati, ma soprattutto permane il dubbio che le affermazioni perentorie della Moratti e di Bertolaso nascondano un dubbio. Insomma, per Moratti e Bertolaso, la Lombardia è pronta, ma se non ci si riesce è colpa del Governo centrale.

Chissà se tra qualche settimana questa affermazione sarà ancora valida visto che ora, al Governo, c’è anche la Lega. Ma lasciamo cadere la battuta.

Veniamo però ad alcuni aspetti che mi paiono interessanti, relativi a questo quinto piano presentato. Innanzitutto, rispetto a quello precedente sono indicati con certezza i luoghi dove si concentreranno le vaccinazioni massive. Forse su questo, sfogliando l’elenco che ci riguarda si vede una qualche carenza rispetto al sud della provincia e forse qualche punto in più poteva essere indicato, ma tant’è.

Manca, ad oggi, tuttavia, l’indicazione dei numeri del personale da impiegare per la somministrazione. Non si sa ancora, o meglio, non è ancora stato detto con certezza come si procederà, quali criteri si adotteranno, priorità a chi si iscrive prima, priorità all’età, od ad altre categorie. Si abbandona la piattaforma precedente per procedere con quella di PosteItaliane, già adottata dalle altre regioni e che a detta della Moratti consentirà un accesso ai cittadini dal portale, call center, uffici postali e portalettere.

A tal riguardo, sicuramente, alla luce dell’esperienza che si sta facendo con gli ultra ottantenni in questi giorni, dei miglioramenti si potranno sicuramente mettere in campo evitando situazioni, francamente imbarazzanti, come quella capitata all’Ospedale del Circolo di Varese il primo giorno con i nostri anziani ( ultra ottantenni è bene non dimenticarlo ) in fila in attesa e al freddo. Una buona dose di buon senso e qualche capacità previsionale organizzativa in più, tenuto anche in conto della popolazione a cui ci si rivolge, potranno evitare disagi e figuracce da parte della Regione Lombardia nel suo rapporto con i cittadini.

In ultima analisi, dai dati del Ministero della Salute al 24 febbraio scorso, per quanto riguarda il vaccino Astra Zenica da somministrare alle forze dell’ordine e agli insegnanti, la Regione Lombardia ha inoculato solo il 20% delle dosi fornite, contro il 38% del Lazio e il 96% della Toscana. Sempre nel piano n. 5 si legge, circa la capacità a regime che “ i centri vaccinali massivi individuati garantiscono una capacità pari a circa 140 mila somministrazioni di vaccino al giorno. Alla capacità dei centri massivi si aggiungono circa 30 mila somministrazioni al giorno garantite dalle strutture sanitarie private ( ospedali e ambulatori ) e dal canale distribuito ( MMG, farmacie, somministrazioni domiciliari, aziende etc etc ), ma su quest’ultimo punto non si aggiunge molto di più e c’è una certa vaghezza e, se mi si passa la banale considerazione, tenuto in conto di quanto sia sviluppata e sostenuta la sanità privata in Lombardia i numeri mi paiono veramente pochi per contribuire ad una emergenza nazionale come quella che stiamo vivendo. Forse, anche in questo caso, vale un antico detto usato per altri settori e che si potrebbe parafrasare così “ gli utili al privato, i costi al pubblico”

E a Varese come siamo messi? Cosa succede e che prospettive abbiamo?

Una premessa è d’obbligo. I comuni non hanno competenze in materia sanitaria in quanto tutto è in mano alla Regione e quindi alle sue diramazioni territoriali e cioè ASST e ATS. A Varese, come Amministrazione Galimberti, ci siamo mossi per tempo nel comunicare all’ATS tutta una serie di possibili luoghi dove poter procedere alla vaccinazione massiva ( 13 per la precisione ) e questo a secondo delle dimensioni richieste, appunto, dalla Regione.

Ma abbiamo fatto di più in queste settimane. Proprio in ragione della necessità di fornire più luoghi e spazi che potessero servire non solo ai cittadini di Varese e tenuto in conto anche che sembrava, inizialmente, che tutta la popolazione per l’operazione vaccinale di massa, si dovesse recare al Terminal 2 di Malpensa, ipotesi oggi caduta e sostituita con Malpensa Fiere per il sud della provincia, come Amministrazione, abbiamo messo a disposizione di ATS il piazzale Roma, per intenderci il grande spazio dove annualmente si svolge la Fiera Campionaria di Varese ed il Luna Park, in zona Schiranna.

E così abbiamo coinvolto, oltre che ATS, anche il Ministero della Difesa con il Ministro Guerini affinché lo stesso autorizzasse l’Esercito a intervenire e a montare un tendone di circa 1200 metri quadri al fine di attrezzare l’area a cui poi si aggiungeranno, ovviamente, anche il resto delle strutture richieste e cioè padiglioni da inserire sotto la struttura per tenere separati gli ambienti, tavoli, sedie, pc, collegamenti internet e tutto quanto necessario affinché tutto possa funzionare al meglio e coprire in un periodo giornaliero, dalle 6 del mattino sino alle ore 24, tra le mille e le duemila persone da vaccinare

Credo che sia a tutti evidente che questo tipo di disponibilità messa in atto dalla Amministrazione del Capoluogo a favore, non solo dei cittadini di Varese, ma anche ad una larga fetta di popolazione della provincia significherà un ulteriore aggravio di lavoro per la nostra Polizia Locale che dovrà regolare il flusso di arrivo e di uscita di centinaia di auto ed, accanto a loro, vedremo anche ulteriormente impegnati in tutte le operazioni di supporto e di accoglienza la Protezione Civile, gli Alpini e tutte le altre associazioni di volontariato che già da tempo collaborano con il Comune di Varese in questo periodo di pandemia.

Tutto questo si comincerà a vedere già delle prossime settimane perché, nel momento in cui scrivo, si stanno predisponendo le attività di supporto all’Esercito per montare nel breve il tendone e avviare così le altre operazioni per rendere al più presto attiva l’area per iniziare la fase di vaccinazione di massa.

Credo che sia evidente a tutti di come l’Amministrazione Galimberti, al di là di quelle che sono le sue competenze in materia sanitaria, stia facendo veramente il possibile, come anche altre amministrazioni comunali di altro colore politico, per affiancare le diverse Istituzioni e i diversi livelli di competenza, in questo difficile momento, per sostenere le frange più fragili della nostra popolazione e rendere meno faticoso il percorso vaccinale a tutti i cittadini. Ed è per questo che, francamente, ho trovato sopra le righe e un tantino stucchevole la polemica innestata nei confronti del Sindaco Galimberti da un consigliere regionale leghista a fronte della notizia della messa a disposizione del sito della Schiranna per procedere alla vaccinazione di massa.

Il buttarla meno in “caciara” e forse qualche polemica pretestuosa evitata rispetto a qualche grado di efficienza in più dell’Istituzione superiore, in materia sanitaria, aiuterebbe i nostri concittadini a recuperare quel senso di fiducia che oggi non hanno nei confronti della politica e dei partiti. Ma forse si chiede troppo a chi è abituato a vivere di campagna elettorale permanente.

Roberto Molinari

Direzione P.le Pd Varese

( www.rmfonline.it del 6/03/2021 )

Il Trattativista

La storia della DC nella vita politica del nostro Paese è molto più complessa di quanto, a distanza di quasi tre decenni dalla sua scomparsa, una certa schiera di intellettuali, opinionisti e giornalisti riescano a rappresentare o a interpretare.

E’ molto più complessa rispetto alla semplice logica nostalgica contemporanea, dove si sottolinea solo il suo aspetto di potere felpato, o, la sua capacità di mediazione.

Tutte caratteristiche vere, ma che non giustificano e non spiegano i cinquantanni di governo in Italia e che sono portate ad esempio perché gli epigoni della seconda o forse anche della terza repubblica si mostrano nel pieno dei propri limiti, specchio fedele di un Paese che non produce più classe dirigente, a tutti i livelli.

La storia della DC è complessa e viene ad essere narrata in maniera insufficiente se la si riduce a mera gestione del potere e si dimentica o si tralascia volutamente e strumentalmente il suo pluralismo interno, frutto dei forti legami sociali con i corpi intermedi, riducendola a sola lotta tra correnti.

Una di queste componenti culturali, forse la più ideologizzata e “militare” fu quella di Forze Nuove e l’ultimo suo leader fu Franco Marini scomparso qualche giorno fa.

Leggere la storia personale del Senatore Marini è leggere non solo la storia di “Forze Nuove”, ma anche dell’intera sinistra sociale democristiana, del suo essere interlocutrice privilegiata dei mondi cislini, aclisti e del meglio dei fermenti che hanno attraversato il mondo cattolico soprattutto dopo il Concilio Vaticano II e il 68.

Franco Marini ha una storia di vita emblematica e molto simile ai tanti che attraverso l’impegno sindacale e politico si sono affrancati da un destino già segnato dalla nascita.

Nato in una famiglia numerosa e modesta, rimane orfano di madre presto e solo perché una sua insegnante convince il padre a non iscriverlo all’istituto tecnico, ma al liceo classico la sua vita prende una curva diversa e di questo sarà sempre grato tanto da ricordare, anche in anni recenti, quell’insegnante e il fatto che questa scelta suggerita gli aveva aperto un mondo.

Laureato in giurisprudenza, già negli anni universitari aveva incominciato a lavorare presso l’ufficio “Contratti e Vertenze della Cisl”.

Nel 56 lo mandano a frequentare il “corso lungo” a Firenze al centro studi della Cisl fondato nel frattempo da Mario Romani, uno dei padri dei “sindacato nuovo” fortemente contrattualista e autonomo. Un corso che segna già il suo destino perché tra i suoi compagni ci sono personaggi del calibro di Pierre Carniti e Eraldo Crea oltre ad altri nomi che faranno la storia del sindacato cattolico negli anni successivi.

In Cisl lui percorre tutti i gradi stando anche in minoranza quando il Segretario Generale diventa Carniti, più spostato a sinistra e lui di fede DC fa l’aggiunto.

Quando poi succede a Carniti colpito durante il congresso da infarto, Marini, diventato numero uno, riesce in una impresa che, allora, molti davano per una scommessa persa. Tiene insieme la Cisl, ne mantiene l’unità, ma lo fa nel pieno pluralismo delle opinioni e identità culturali.

Ma se, come amava spesso dire, se nel sindacato non aveva avuto maestri perché lì si era fatto da solo, così non è stato, per sincera ammissione, in politica dove il suo maestro riconosciuto e rispettato fu Carlo Donat-Cattin, “il Ministro dei Lavoratori”, tanto che poi, lo stesso Donat-Cattin, lo indicò come suo successore alla guida della corrente di Forze Nuove. E, nel 1991, dopo la morte del leader gli succede anche come Ministro del Lavoro. Da lì in poi è un’altra storia.

Dopo la fine della DC Marini non ha dubbi con chi schierarsi e rimane nel PPI diventandone segretario nazionale dal 97 al 99.

Poi segue il suo impegno nella Margherita e nel PD e nel 2006 da Senatore diventa Presidente di Palazzo Madama, ultimo suo incarico perché nel 2013, nella generale debacle del centrosinistra manca l’elezione.

Così come, sempre in quell’anno, proposto da Bersani, segretario del PD, come possibile successore di Napolitano, pur raggiungendo la considerevole quota di 521 voti al primo scrutinio, viene affondato, dopo Prodi, a dire il vero, dai “franchi tiratori” del PD ed è costretto a ritirare la disponibilità.

Muore di covid il 9 febbraio a 87 anni. Franco Marini non è mai stato un intellettuale come lo è stato Donat-Cattin o l’altro grande vecchio di Forze Nuove, Sandro Fontana anche lui scomparso qualche anno fa.

Marini era un uomo macchina, un uomo dotato di grandi capacità organizzative.

Alcuni gli affibbiarono il nomignolo di “lupo marsicano” convinti di fargli un torto e diminuirne il peso riducendolo a semplice signore delle tessere e dei voti, ma quando occorreva presenziare ai tavoli per le liste, del Governo o del sotto governo, i fini intellettuali che lo consideravano un orpello del passato, mandavano lui a trattare e non altri.

Come scrivevo prima, Marini, non era certo un intellettuale, non era certo uno di quelli che piacevano e piacciono ancora a quel nostro mondo cattolico un tantino fariseo e un tantino elitario sempre buono a rivendicare al momento opportuno il proprio pedigree di storico iscritto a questa o a quella associazione o movimento religioso e sempre pronto a mettersi a disposizione, per servizio naturalmente, per qualche incarico politico o amministrativo.

Marini è stato un uomo profondamente dotato di umanità concreta e pratica, ma sempre e costantemente influenzato dalla dottrina sociale della Chiesa.

Il suo obiettivo, sia da sindacalista, sia da politico è stato quello di promuovere la persona. Sostenere i più fragili ovunque li trovasse. Se poi questo lo ha fatto commettendo errori, questo certamente non deve stupire. Tuttavia, Marini è stato uno di quelli che ha sempre voluto “presidiare le frontiere” del cattolicesimo sociale, come gli aveva insegnato il suo maestro Donat- Cattin.

E di questo lui ne sentiva il compito e l’importanza.

Certo, amava l’idea del popolarismo e amava il “centro”, però, è bene ricordarlo, quando Buttiglione, da segretario nazionale del PPI, che lui aveva sostenuto, voleva portare i popolari a destra con Berlusconi, lui schierò tutto il suo peso contro, per fermare una deriva che mai e poi mai avrebbe accettato.

Con Franco Marini scompare uno degli ultimi “cavalli di razza” DC e forse l’ultimo testimone del cattolicesimo sociale, quel mondo minoritario certamente nella DC, fatto da cislini, aclisti, cooperanti, piccoli artigiani, ceti popolari nel vero senso della parola, minoritari, scrivevo, nella Balena Bianca, che l’ancorarono non solo all’idea di un partito popolare e con sguardo al centrosinistra, ma che la obbligavano a fare i conti con le richieste di modernità, di promozione e di affrancamento dei ceti meno abbienti, unico modo e garanzia per evitare la caduta nel conservatorismo, cosa purtroppo che è avvenuta al PPE in Europa ed è per questa ragione che per noi “popolari dentro” grazie anche a persone come Franco Marini, la scelta del centrosinistra e del PD è stata più semplice e naturale.

Roberto Molinari

Direzione Ple PD

Varese

(www.rmfonline.it del 19/02/2021 )

Franco Marini, un uomo schietto e coerente

Franco Marini, un uomo schietto e coerente

Con la scomparsa di Franco Marini se ne va un pezzo, ancorchè significativo e di grande qualità, della storica tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro paese. Un filone ideale che ha accompagnato e arricchito la crescita e il consolidamento della democrazia nel nostro paese e che ha partecipato attivamente, attraverso i suoi leader, ad affrontare e a sciogliere i nodi politici più difficili che si affacciavano di volta in volta all’attenzione dell’agenda politica italiana. E Franco Marini queste sfide e queste difficoltà le ha vissute ed affrontate con la schiena dritta, sempre da protagonista e da combattente. Com’era, del resto, il suo carattere. Ruvido ma profondamente e autenticamente umano. Disponibile al dialogo e al confronto senza mai assumere atteggiamenti dettati da una valenza ideologica o riconducibili ad una chiusura pregiudiziale. Così è stato per lunghi anni nel sindacato, nella “sua” Cisl, e così è stato, a maggior ragione, nell’impegno politico, nel partito di ispirazione cristiana e come uomo delle istituzioni. Certo, era simpaticamente definito come “lupo marsicano” a conferma del suo radicamento territoriale e dell’amore per la sua terra d’origine, l’Abruzzo. Ma anche, e soprattutto, per richiamare la coerenza, la bontà e la solidità del suo carattere.

Franco Marini però, al di là del suo lungo e ricco magistero sindacale, politico ed istituzionale, è stato anche e soprattutto un solido punto di riferimento della tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro paese. La sinistra sociale di Forze Nuove, il suo fecondo e straordinario legame, umano e politico, con Carlo Donat-Cattin e con l’universo del popolarismo di ispirazione cristiana, hanno fatto di Marini per molti anni il punto di riferimento per eccellenza di questa nobile e qualificata corrente ideale. E proprio il protagonismo politico, sociale, culturale ed istituzionale dei cattolici popolari non poteva prescindere dal suo apporto, dalla sua storia e dal suo esempio concreto e tangibile. Un sodalizio, quello con Donat-Cattin, che ha segnato la sua presenza nella Cisl e nell’impegno concreto nella politica. Sempre all’insegna dei valori e della cultura del popolarismo di ispirazione cristiana. Una leadership, quella politica, che Marini assume in prima persona dopo la scomparsa di Donat-Cattin nel marzo del 1991. Prima attraverso la guida di Forze Nuove, la storica corrente della sinistra sociale nella Democrazia Cristiana e poi, dopo la fine della Dc, con l’impegno diretto nel Ppi, nella Margherita e infine nel Partito democratico. Una “bussola nella tempesta” per citare il titolo di uno dei suoi tanti editoriali scritti sulla rivista di Donat-Cattin, “Terza Fase”. E Franco Marini, per molti anni, è stato veramente un bussola decisiva per l’impegno politico concreto dei cattolici popolari e dei cattolici democratici nella società. Aiutato, certo, anche dal suo carattere e dalla sua indole. Un uomo schietto, coerente, dove la mediazione non era mai un cedimento al ribasso ma lo strumento per raggiungere un obiettivo che aveva nella difesa e nella promozione dei ceti popolari il suo naturale epilogo politico. Era un uomo che puntava alle scelte concrete. La sua formazione culturale, ma soprattutto il suo apprendistato sociale, non potevano sfociare mai in dissertazioni astratte o virtuali. Al centro di ogni riflessione e di ogni discussione – nella corrente di Forze Nuove come nel partito, negli articoli sulle riviste come negli interventi ai convegni – c’era sempre la sottolineatura dei bisogni, delle istanze, delle domande e quindi della difesa dei ceti popolari. Un filo rosso che ha segnato la sua vita, il suo impegno sociale e politico, la sua presenza nelle istituzioni e anche e soprattutto il suo stile di vita.

Ecco perché il magistero di Franco Marini non si ferma oggi. Prosegue. Va avanti. La sua testimonianza ricca di valori, di scelte, di cultura politica e di azione concreta richiedono un rinnovato impegno dei cattolici democratici e popolari nella società contemporanea. E anche per ricordare il suo “coraggio”. Perché Franco Marini era soprattutto un uomo coraggioso. Le sue scelte nelle diverse fasi storiche, concrete e sempre ispirate all’universo valoriale del cattolicesimo democratico, popolare e sociale, fanno di Franco Marini un punto di riferimento insostituibile per chi vuole continuare a testimoniare questa cultura e questi valori nella cittadella politica italiana attuale.

Giorgio Merlo
( il pezzo è stato pubblicato dal sito della fondazione Donat-Cattin )
(www.fondazionedonatcattin.it )

Molinari: «Il PD di Varese modello per arginare il centrodestra sovranista»


Mia intervista di Andrea Della Bella pubblicata su www.malpensa24.it


VARESE – «Alle prossime amministrative i varesini con il loro voto potranno esprimere un giudizio sul lavoro fatto dall’amministrazione Galimberti. E’ credo che questa sia una bella novità dopo anni di immobilismo. E potranno scegliere tra chi ha realizzato e sta realizzando progetti concreti e chi invece è fermo a una visione ideologica, e superata, di una Varese “chiusa” in se stessa». Parte da qui Roberto Molinari, assessore ai Servizi sociali e uno degli “architetti” politici che ha contribuito a progettare e costruire il Pd di governo a Palazzo Estense. E che in questo momento di “grande confusione sotto il cielo”, fa le carte alla politica nazionale e locale, Partito Democratico compreso, con vista sulla prossima sfida elettorale.

Molinari, partiamo da Roma: quello che con Giuseppe Conte era impossibile, con Mario Draghi sta per diventare realtà, ovvero governerete con la Lega. E nel PD non siete tutti esattamente felici, o ci sbagliamo?
«In linea generale credo ci si saranno cambiamenti, forse anche scissioni e ricostruzioni a partire dai Cinque stelle, ma che attraverseranno tutti i partiti. Che potrebbero anche tradursi a livello locale. Ma non ho la sfera di cristallo per dire come andrà. Detto questo, il rapporto con la Lega e la convivenza con un partito sovranista e agli antipodi rispetto a noi è una questione di non poco conto».

Questione che resterà relegata a Roma. A Varese, una delle certezze è che Pd e Lega saranno avversari. Nessuno stravolgimento, insomma.
«Credo proprio di sì. Anche perché, al di là del cambio di rotta governativo del Carroccio a Roma, qui in città sfideremo un centrodestra sovranista che non ha ancora elaborato la sconfitta di cinque anni fa. Che, inoltre, sottoporrà ai varesini un modello di città fermo agli anni Venti. Con una bella differenza, oggi Varese non è più la città dei quarantamila abitanti».

Il candidato del centrodestra però è Roberto Maroni, che non è esattamente un sovranista, non crede?
«Non basta una persona per cambiare il Dna. Il centrodestra varesino sarà sovranista indipendentemente da chi sarà candidato».

Ma per Palazzo Estense sarà sfida a due?
«Diciamo che saranno due i candidati che si giocheranno la fascia tricolore, Galimberti e Maroni. Ma i candidati sindaco saranno di più. Poi bisognerà vedere quanti correranno con la prospettiva di superare percentuali residuali. Anche perché sul risultato in queste elezioni più che in quelle passata peserà il voto utile».

E il terzo polo?
«Se ci sarà, mi auguro che ponderino bene la scelta di campo che faranno. Anche se non escludo che ci possano essere anche il quarto o il quinto polo».

Ammetterà che la situazione è complessa a Roma, ma di riflesso anche a Varese. E in questo il Partito Democratico come si dovrà muovere?
«Da protagonista, ma senza voler diventare il partito egemone delle coalizione. Che se vogliamo è quanto il Partito Democratico di Varese ha fatto per arrivare, cinque anni fa, alla vittoria con Galimberti. E che continua a fare con il cantiere politico aperto che dialoga e va oltre la maggioranza. La quale, vorrei ricordare, nel corso di questo mandato ha ragionato sull’inclusione. Italia Viva è stata coinvolta è oggi è parte di questo progetto».

Sarà così con i Cinque stelle?
«Si, ma senza l’eccessivo appiattimento che a Roma c’è stato durante il governo Conte»

Scusi, starà mica dando ragione a Matteo Renzi?
«Personalmente non ho l’incubo di Renzi. Il problema non è il leader di Italia Viva, ma quale sarà la posizione del PD. Che non può essere di retroguardia. Né a Roma, Né a Varese».

E con Varese 2.0 sarà inclusione o esclusione?
«Non è stata la maggioranza a prendere le distanze da loro. Anzi, auspico che Varese 2.0 possa rivedere la posizione che ha assunto. E resta da capire cosa farà Azione, che al momento, in provincia, ha una linea politica “a macchia di leopardo”, ondivaga e poco comprensibile».

Allargamento d’accordo, ma fin dove il Partito Democratico oserà allargare i “confini” politici?
«Stiamo lavorando e dialogando con forze che non facevano e non fanno parte di questa maggioranza, ma hanno mostrato nel corso dei cinque anni di apprezzare il progetto e quanto fatto. Anche la lista del PD non sarà composta di soli militanti del partito. E poi, bisognerà vedere cosa accade a Roma».

Non alla Lega, ma un “pensierino” su Forza Italia lo state facendo?
«Una cosa mi pare evidente: è proprio in Forza Italia che si potrebbero aprire le contraddizioni più evidenti. E loro non potranno restare a lungo supini al Carroccio, anche a fronte di un elettorato fluido e che guarda con positività all’azione di Mario Draghi. Tanto più che a Varese la Lega e, mi par di vedere il centrodestra più in generale, è tutt’ora molto sovranista».

Andrea Della Bella

C.M.F

Ci sono persone che, stranamente, sopravvivono, soprattutto, nel ricordo di chi le ha conosciute. Ci sono persone che meriterebbero di essere ricordate con generosità non solo da parte di chi le ha conosciute, ma anche da chi dovrebbe avere una particolare sensibilità rispetto al ruolo che queste hanno avuto nella loro vita, civile, politica, sociale e intellettuale. Ci sono persone che meriterebbero qualche momento in più del nostro tempo per essere ricordate per quello che hanno rappresentato nella loro storia per gli altri e non lo sono perchè la memoria è spesso solo dei “custodi” e non di mass media ormai senza più memoria, afflato e radicamento sociale.

Una di queste persone è sicuramente Camillo Massimo Fiori, per tutti noi che lo abbiamo conosciuto Massimo, scomparso il 4 febbraio del 2016. E mi piace scrivere proprio su queste pagine che l’amico Lodi mi ha messo a disposizione e che, in qualche modo, sono il luogo migliore per ricordarlo in una comunità virtuale di amici che lo stimavano e che lo apprezzavano.

Io ho conosciuto Massimo solo negli anni 80 quando la sua parabola politica aveva già superato lo zenit, ma con lui, fin da allora e sino alla sua scomparsa, ho sempre intessuto un dialogo ed un confronto che andava al di là della differenza di età.

Massimo è stato un intellettuale nella Democrazia Cristiana di Varese e del mondo cattolico varesino. Questo suo essere intellettuale lo ha sicuramente danneggiato rispetto al suo essere politico, ma forse e qui chiedo il conforto di quanti lo hanno frequentato come me e più di me, forse questo lo ha preservato e aiutato nel suo vivere quotidiano e nella sua militanza.

Quando ancora il mondo cattolico aveva un suo radicamento e una sua fortissima valenza sociale a Varese ( come nel resto del Paese a dire il vero ) Massimo era impegnato nelle ACLI sia con ruoli provinciali, sia nazionali e, contemporaneamente, nella Democrazia Cristiana varesina militava da leader locale di quella che allora era conosciuta come la “sinistra sociale”, la corrente di Forze Nuove di Pastore, prima e di Donat-Cattin poi.

Spesso si dice che la politica è lo strumento di affrancamento dei ceti popolari. Ebbene credo che Massimo con la sua attività e con la sua capacità di elaborare pensieri abbia incarnato tutta la vita questo paradigma. Ricordo quando mi raccontava che aveva iniziato a lavorare in una scuola superiore di Gallarate come applicato di segreteria e poi, solo dopo qualche tempo, era finito a lavorare in quella che allora era una signora banca in via Marcobi e questo passaggio gli aveva consentito, lui che usava solo mezzi pubblici, di ritornare a fare politica nella sua città.

Ricordo di quando mi raccontava dei duri congressi aclisti quando lui, DC fino al midollo e forse ancora di più come cattolico, contestava la scelta socialista di Labor e si manteneva fedele all’impegno di militante politico in Forze Nuove che, vedeva, come strumento basilare affinchè la Balena Bianca, in epoca di contestazione, non perdesse il suo radicamento popolare. E ricordo anche quando mi narrava di come, lui che avrebbe potuto fare il parlamentare, mancò per un soffio l’elezione soprattutto per i voti che alcuni “amici” di corrente gli fecero mancare.

Io ho conosciuto Massimo, da giovane militante DC, quando era direttore della “Voce delle Prealpi” il periodico della Democrazia Cristiana di Varese che lui, dopo la parentesi di leader di corrente ormai defenestrato, aveva “ricevuto” come risarcimento dai vertici del partito.

E ricordo che la sua “direzione” non era banale e le riunioni di redazione non erano mai solo il decidere quale pezzo scrivere e chi lo doveva scrivere, ma erano un confronto aperto e ampio di cultura politica e di commento dei fatti politici locali e nazionali.

Massimo non aveva potuto frequentare l’università, ma, attraverso la politica si era dato una vasta se non immensa cultura.

Di qui l’affrancamento e il protagonismo sociale di cui scrivevo prima. Ma Massimo era anche un uomo di fede, di una profonda e coerente fede cresciuta nelle certezze, ma anche nei dubbi post-conciliari dell’oratorio di San Vittore.

Massimo è stato anche consigliere provinciale quando la Provincia era luogo di “progettazione” ampia su tutto il territorio, ma il vero ruolo di Massimo, almeno, questa è la convinzione che io mi sono fatto negli anni, il ruolo a lui più congeniale era quello del pensatore e del divulgatore.

Lui era un lettore onnivoro, ma la cosa straordinaria era e lo ricordo bene, la sua capacità di raccontare l’ultimo testo letto e di renderlo attuale al momento politico.

Con lui, sia nella direzione DC, sia nella redazione de “La Voce”, coadiuvato dal mitico Sergio Morosinotto, o in qualsiasi assemblea di iscritti, il livello si alzava perchè per Massimo, l’alzare “l’asticella” della consapevolezza era la vocazione del politico serio, atto necessario per fare quella pedagogia politica utile per fuggire dalla banalità del dilettantismo o dagli squallidi routinier di potere sempre in agguato.

Probabilmente, anzi certamente, Massimo Fiori non ha avuto dalla politica quegli incarichi a cui, legittimamente, ha aspirato. Gli mancava il “physique du role”, ma il suo ruolo, la sua influenza e il suo pensiero, come tutta la sua militanza sociale e politica, da cattolico e di cattolico andrebbero, oggi, in tempi così lontani, riscoperte, indagate e conosciute.

Chissà, forse un giorno, noi dell’ “Associazione dei Popolari Varesini”, ultimi custodi della memoria locale di un certo cattolicesimo democratico, chissà, forse un giorno, riusciremo a promuovere una ricerca, una borsa di studio, su un testimone di un tempo che fu come lui.

Roberto Molinari

Associazione Popolari Varesini

www.rmfonline.it del 5/02/2021

Una lettura diversa del bilancio

Se c’è un atteggiamento che ho sempre ritenuto surreale, sconclusionato, sopra le righe e fuori luogo, questo è quello proprio di chi, nell’agone politico, punta a irretire, provocare e insultare gli avversari.
Se c’è un atteggiamento che non ho mai condiviso e che ho sempre ritenuto un comportamento inadeguato da parte di un politico questo è proprio quello di chi si atteggia ad una presunta superiorità morale, intellettuale o peggio di libertà assoluta rispetto alle dinamiche di gruppo o di partito, accusando “gli altri” di sudditanza agli ordini dei capi. Da qualunque parte provengano questi atteggiamenti, da destra come da sinistra, dai miei amici di partito o dai miei avversari, da chiunque siano portati avanti, ho sempre pensato che non solo siano segno di scarsa intelligenza, ma anche la prova provata di quanto si sia inadeguati al ruolo che si ricopre o che si vuol ricoprire.
Se c’è una modalità di fare politica oggi più che mai che non mi convince è proprio quella di costruire una narrazione distante dalla realtà e dalla oggettività per confermare le certezze nei propri supporter e distogliere l’attenzione dal tema di fondo di quella che dovrebbe essere la discussione nel merito.
Tutto questo, tutti questi atteggiamenti e comportamenti li ho visti nelle sedute del 28 e 29 dicembre scorso in consiglio comunale convocato, tra l’altro, per l’approvazione del bilancio di previsione 2021.
Prima di procedere oltre, mi pare però opportuno, sottolineare anche un altro fatto che ritengo imbarazzante rispetto a quello che dovrebbe essere un atteggiamento corretto di fare opposizione in un emiciclo politico.
Come tutti sanno i bilanci dei Comuni sono tutti in grave difficoltà per gli effetti della pandemia che da oltre dieci mesi ci ha colpito. Come tutti possono immaginare è ben difficile giostrarsi tra la banalità delle richieste di non far pagare tasse, tributi e contributi vari e nello stesso tempo assicurare, in assenza di entrate, i servizi ai nostri cittadini e magari fare in modo che altri cittadini abbiano il sostegno anche economico da parte dell’Amministrazione.
Ebbene, nella seduta del 28 dicembre abbiamo portato la ratifica di una variazione di bilancio che riguardava essenzialmente i servizi educativi e i servizi sociali. In particolare, questo atto di cui si chiedeva il voto favorevole, spostava ai servizi sociali la somma di 970 mila euro al fine di rispondere a tutta una serie di interventi necessari per contribuire al sostegno delle persone e delle famiglie varesine in difficoltà.
A fronte di un siffatto intervento mi sarei aspettato se non il voto a favore, come minimo l’astensione. Ebbene invece ho dovuto vedere il voto contrario e non giustificato in alcun modo, da parte del compatto gruppo della Lega.
Ho voluto citare questo episodio ed ho voluto partire da questo prima di proseguire questa mia riflessione perchè credo che questo voto negativo rappresenti e dia la rappresentazione di quello che è stato il proseguo del dibattito e l’occasione sprecata per mettere da parte la faziosità e aggiungere credibilità al proprio mandato ormai in scadenza anche per i consiglieri comunali, oltre che ad una buona dose di sincerità a supporto delle proprie posizioni.
Sono infatti occasioni come queste che offrono la chiave di lettura per interpretare la genuinità e, appunto, la sincerità delle posizioni che si vogliono sostenere in politica. E’, quando ti si offre l’occasione per votare e sostenere senza particolare enfasi l’altra parte, che puoi dimostrare di essere uno che sa leggere la situazione, valutare il paradigma e sapere giocare la carta del politico serio e non fazioso.
Purtroppo non è stato così e si sono riproposti dall’opposizione gli stessi emendamenti di sempre: non far pagare i parcheggi, abbandonare il piano sosta, dare soldi alle scuole materne convenzionate, dare soldi ai commercianti e così via. La brava collega Buzzetti, in tutti i suoi interventi, sia quelli in presentazione del bilancio, sia in quelli ripresi dalla stampa, ha sempre messo in evidenza come questo nostro bilancio di previsione 2021 non potesse essere che prudente. Prudente perchè abbiamo tre vincoli. Il primo, la “tassa occulta” che ci è stata lasciata dall’Amministrazione Fontana che ci impone di non spendere 380 mila euro all’anno per ripianare il deficit tecnico ereditato. Il secondo, siamo in piena pandemia e quindi non sappiamo ancora se le entrate previste ci saranno né quale sarà la portata effettiva delle uscite. Il terzo e non certo ultimo, non sappiamo ancora con precisione se e di quale entità saranno tutti gli impegni dello Stato circa il sostegno alla finanza degli Enti Locali. Accanto a questi motivi che, a rigor di logica non potevano non solo non essere compresi, ma che dovevano anche essere condivisi, vi erano altre sottolineature. Il mantenimento degli impegni presi circa gli interventi infrastrutturali da fare, comprese le asfaltature vera piaga varesina, il mantenimento dei servizi, la conferma di una spesa educativa e sociale, anche in momenti di particolare carenza di risorse, pari a quasi 15 milioni di euro ( dieci a carico dei sociali e 5 a favore dei servizi educativi ) e scusate se è poco, la conferma dei progetti a cui l’Amministrazione ha lavorato anche in questi ultimi mesi portando avanti tutti gli aspetti economico giuridici come ad esempio il piano stazioni, l’intervento sulla Caserma Garibaldi, il trasferimento del mercato, lo studentato e il recupero di appartamenti comunali a Biumo inferiore, l’intervento su largo Flaiano ed altri per migliorare l’intero comparto di viabilità in entrata e uscita da Varese e così via.
Dunque a fronte di un supplemento di coerenza che ha visto questa Amministrazione, nel suo ultimo bilancio evitare di fare i “fuochi d’artificio”, ma giocare la carta della responsabilità e della prudenza, a fronte di tutto questo, abbiamo sentito vagheggiare in rete, giacchè il consiglio si è svolto in streaming per effetto delle norme anticovid, si è sentito accusare il Sindaco e la Giunta di assenza di visione, di bilancio di basso profilo, di incapacità di saper cogliere i suggerimenti della minoranza e altre amenità tra l’offensivo e il banale, il tutto condito da qualche intemperanza e qualche dotta citazione di politici del secolo scorso che, citati senza un ragionamento politico serio e strutturato hanno fatto la figura delle frasi stampate sulla carta dei cioccolatini.
Insomma, a me pare che si sia persa per l’ennesima volta l’occasione di dimostrare di essere all’altezza dei tempi e delle responsabilità che si presume essere in grado di assumersi nel dichiarare di voler sostituire l’attuale maggioranza e il Sindaco Galimberti. E, tutto sommato, neanche l’aver udito per la prima volta in cinque anni la voce di chi dovrebbe guidare questa “Armada invencible” ha aiutato a capire di più e di quale spessore politico si stia parlando.

Roberto Molinari
Assessore ai Servizi Sociali

www.rmfonline. 16.01.2021