Il Piano Casa di Meloni, ma il piatto piange

Il Piano Casa di Meloni, ma il piatto piange

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*Roberto Molinari

Si sa. La politica è fatta spesso di annunci che scadono nella propaganda. È un dato di fatto e, probabilmente, questo ci sarà sempre e forse anche con qualsiasi colore politico.

Qualche giorno fa abbiamo assistito alla conferenza stampa di inizio anno della Premier Meloni. Molte parole sono state dette con il consueto stile muscolare della leader della Destra italiana. Sono state fatte sottolineature sui successi o presunti tali dell’azione di governo, così come sono stati prospettati nuovi scenari e nuove iniziative. Spendersi nell’esercizio di commentare quello che è stato raccontato a me pare inutile in questo scritto, non fosse altro perché occorrerebbero pagine e pagine, tanto da annoiare il lettore e poi perchè non spetta a me questo compito.

Roberto Molinari

Quello che però mi ha colpito e che ritengo meriti di trovare un sia pur minimo commento è l’annuncio del prossimo “piano casa”, che prevederebbe, secondo quanto affermato dalla premier, la costruzione, nel prossimo decennio di 100mila abitazioni da mettere a disposizione degli italiani. È chiaro che si è trattato di un annuncio e quindi molti aspetti devono essere ancora chiariti e ben compresi anche da  noi amministratori locali. Tuttavia, dal mio osservatorio privilegiato di Assessore ai Servizi Sociali, qualcosa mi sento di poter commentare e mettere a riflessione del paziente lettore.

Innanzitutto parto da una considerazione positiva. L’aver messo in agenda il tema casa, sia pur in una prospettiva decennale significa, anche se dopo tre anni dal primo annuncio fatto dal ministro competente (leggasi Salvini), significa l’aver preso atto che c’è, nel nostro Paese, un problema abitativo a cui urge mettere mano e che bisogna affrontare con nuove idee e nuove risorse economiche.  E questo a mio parere è, come scrivevo, un fatto positivo. Ma veniamo a qualche spunto di riflessione.

100mila abitazione in 10 anni vogliono dire 10 mila all’anno. 10 mila abitazioni all’anno divise per i comuni d’Italia non sono poi molte. Ma pensiamo ad una distribuzione per Province (in Italia sono 110) e di conseguenza, all’interno delle Province, ai comuni classificati come ad alta tensione abitativa. Su questo mi sorge il dubbio che i numeri messi in campo non siano poi così importanti ed efficaci come, nelle iperbole della conferenza stampa della Premier, ci si voleva far credere.

Per far capire meglio al lettore mi faccio aiutare dalla storia. Il Piano Casa di Fanfani negli anni cinquanta diede, in 15 anni,  350mila abitazioni agli italiani. E questo si fece, in un Paese che andava a ricostruirsi anche economicamente, dopo i disastri della guerra e del ventennio fascista, attraverso il fondo Gescal, un fondo dedicato appositamente ed alimentato da una minima trattenuta in busta paga dei lavoratori che per decenni contribuirono a finanziare l’edilizia pubblica tanto che le risorse del fondo andarono avanti a sostenere le iniziative delle diverse allora IACP e poi Aler ( la definizione cambia di regione in regione ) anche per diversi anni dopo la sua abolizione.

Ho citato questo esempio perché il tema risorse economiche è sicuramente delicato oltre che problematico in questo 2026 soprattutto se deve trovare copertura fino al 2036. Ma l’ho citato anche per sottolineare come si risolse un problema anche attraverso un meccanismo solidale. Tutti contribuirono attraverso una forma di tassazione generale. Ahimè altri tempi, mi verrebbe da dire.

Ora, partendo dal dato positivo, come scrivevo poc’anzi dell’aver appreso che nell’agenda 2026 del Governo Meloni c’è un “piano casa”, penso si possa sottolineare con buon margine di condivisione che, finalmente, si è  compreso quanto noi tutti amministratori locali ( di destra, sinistra, centro o civici ) andiamo a sostenere da tempo e cioè che in Italia esiste un problema per decine di migliaia di persone  e questo problema non può essere scaricato sui Comuni. Ebbene, tenuto  conto di tutto questo, credo sia opportuno fare alcune sottolineature proprio alla luce dell’esperienza amministrativa locale, ma soprattutto anche alla luce del carico di informazioni che l’osservatorio dell’assessorato ai servizi sociali può mettere a disposizione.

Dunque, bene che si intenda implementare il patrimonio abitativo pubblico, poi vedremo quali saranno le diverse dinamiche pensate, a quale utenza si rivolgerà, se saranno proposte soluzioni a canone moderato, o ad acquisizioni dopo un certo periodo e a quali costi. Fermo restando queste questioni a me pare però che la logica del “piano casa” governativo sia un tantino monca e un tantino distaccata da quella che è la realtà che noi amministratori del sociale, ripeto di qualunque colore politico, stiamo vivendo nelle nostre città.

Mi spiego meglio. Oggi c’è un problema di risorse o di assenza di risorse necessarie per recuperare il patrimonio edilizio pubblico. Tutti noi dei comuni abbiamo bisogno di risorse per manutenzione e per rimettere nella piena disponibilità dei cittadini fragili parte del patrimonio edilizio pubblico. Quindi, il primo intervento a cui il Governo nel “piano casa” dovrebbe tendere è questo. Finanziamenti a fondo perduto a favore dei comuni virtuosi che vogliono aumentare questa dotazione abitativa.

In secondo luogo e non mi stancherò di ripeterlo c’è un problema che riguarda le persone più fragili che stanno sul libero mercato e non accedono all’abitazione pubblica.
Oggi a distanza di tre anni e cioè da quando il ministro Salvini ha azzerato il fondo sostegno affitti e reso insignificante il fondo morosità incolpevole quando il Governo Draghi prevedeva ben 350 milioni a sostegno, ebbene, ciò che si è ottenuto con una scelta che giudicare miope è fin troppo benevola, quello che si  è ottenuto e che è in grande evidenza a tutti coloro che amministrano le nostre città è l’aver portato ad ingigantire ulteriormente un problema esistente aggiungendovi  due aggravanti.

La prima. Si sono penalizzate le persone, le famiglie più fragili, ma che stavano comunque sul mercato privato sia pur con difficoltà con questi contributi. La seconda. Si sono penalizzati i proprietari delle abitazioni perché i contributi venivano erogati dai comuni direttamente a loro avendo così la certezza di una copertura e, di conseguenza, si sono tolti margini di intervento ai comuni, in particolari ai servizi sociali veri conoscitori del territorio e dei suoi bisogni.

Dunque, a causa di scelte ideologiche e pregiudiziali si è andati in questi tre anni ad aumentare il numero delle persone sotto sfratto, in difficoltà per assenza di contributi e aggravato la situazione nei comuni ad alta tensione abitativa, oltre all’aver penalizzato quel piccolo ceto di proprietari che mettevano a disposizione occasioni abitative, ottenendo così, di conseguenza anche l’aumento  del numero delle abitazioni sfitte nelle nostre città.

Un altro elemento su cui inviterei, francamente, il Governo a riflettere su cosa dovrebbe contenere il “piano casa”, è proprio l’idea di porsi il tema di come incentivare i proprietari a mettere sul mercato libero il loro bene, sapendo anche che questo deve essere, tuttavia, sostenibile da parte degli inquilini. Dunque, bene che si sia preso atto dell’esistenza di un problema, ma forse forse un ascolto della periferia e cioè di chi legge il bisogno, lo registra e lo vive quotidianamente e cioè i Comuni e i Servizi Sociali degli enti locali avrebbe prodotto un’ipotesi di lavoro più attinente alla realtà e alla quotidiana sofferenza che si riscontra nelle nostre città.

*assessore ai Servizi sociali di Varese

pubblicato da www.malpensa24.it del 20 gennaio 2026