La piazza e la politica
Ci sono dei temi che si ripetono periodicamente in politica e questo accade perchè non hanno una soluzione e perchè il mutare delle condizioni ed in politica anche se non sempre appare le condizioni cambiano spesso, determina il ripresentarsi dello stesso problema, ma con protagonisti diversi e modalità diverse.
Al di là di questa quasi “fumosa” premessa, quello su cui vorrei provare a riflettere senza particolare certezza di soluzione è il rapporto tra la piazza e la politica e di conseguenza anche con i partiti.
Le diverse e partecipate manifestazioni che si sono susseguite in questi mesi a sostegno della fine della guerra in Palestina e a favore degli abitanti di Gaza a mio parere aprono ad una serie di riflessioni che coinvolge soprattutto il centrosinistra. Dal mio punto di vista, poi, soprattutto il coinvolgimento, la riflessione è quella che riguarda anche il futuro stesso del PD e della sua linea politica.
La riflessione, a mio parere, riguarda essenzialmente il centro sinistra non perché il tema del rapporto con la piazza non tocchi la destra, ma perché la destra nel nostro Paese ha una cultura, un approccio diverso con chi scende nelle piazze e, soprattutto, oggi, essendo al governo, è portata a vedere ogni manifestazione semplicemente come un attacco contro la propria politica e la sua permanenza al potere, sfuggendo, così, a me pare, ad una occasione di riflessione che anche alla politica a destra farebbe bene, non fosse altro che, comprendere, aiuta nella costruzioni dei paradigmi interpretativi di ciò che ci circonda.
Ma provo a partire dall’accaduto. Dunque negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una mobilitazione come poche precedenti in passato.
Una partecipazione massiccia di giovani, ma anche di adulti, di seconde generazioni e di cittadini e cittadine di ceti diversi a sostegno del popolo di Gaza.
La prima domanda che mi pongo è come mai si è avuta questa grande mobilitazione mentre per l’Ucraina questo non è avvenuto?
Diciamo che la risposta può essere ampia, ma forse quella principale è che, nella percezione comune, la sensazione è che l’Ucraina in questo momento è aiutata sotto diversi aspetti dall’Europa e dagli Stati Uniti mentre questo stesso aiuto non è stato dato al popolo di Gaza. Anche se, la mia stessa risposta, non mi convince appieno e qualche dubbio mi rimane.
Seconda domanda che mi faccio. E’ possibile che i manifestanti, soprattutto quelli che potremmo definire genericamente di sinistra, fossero già predisposti o tra loro aleggi un sentimento di antisemitismo o quanto meno di estrema vicinanza alla causa palestinese tanto più alimentato dall’evidenza che oggi in Israele vi è un governo di estrema destra e palesemente in mano estremisti messianici?
Qui la valutazione si fa più difficile e complessa. In questo caso forse bisogna scindere in due parti la ipotetica risposta. Da un lato i rapporti della sinistra storica con Israele e con i Palestinesi. Dall’altro lato le nuove generazioni, chi ha partecipato alle manifestazione non ha, il più delle volte, “legami” di partito e in più abbiamo, cosa che prima non avveniva, la presenza di seconde generazioni di immigrati provenienti dal mondo arabo.
La faccio breve. L’URSS è stato il primo paese a riconoscere lo Stato di Israele e lo ha fatto perché i sionisti di Ben Gurion erano socialisti e kibbutzim e cioè quanto di più simile alle cooperative sovietiche. Ma l’amore sovietico e quindi anche della sinistra italiana è durato poco. La vicinanza agli Stati Uniti ( da sempre sostenitori attivi di Israele ) e le guerre vinte dallo Stato Israeliano nei confronti degli stati arabi, quasi tutti alleati dell’URSS e l’esplodere della questione dei profughi palestinesi dove dagli anni settanta era egemone la fazione di Arafat, laica e socialisteggiante, ebbene, tutto questo ha spinto sempre più parte della sinistra italiana e dei partiti storici della prima repubblica ad avere rapporti privilegiati con i palestinesi e solo una parte, minoritaria, del PCI e del PSI con la classe dirigente di Israele.
Con gli anni poi le cose sono mutate. In Israele, dopo l’uccisione di Rabin per mano di un estremista ebreo, la destra conservatrice si è via via portata su posizione di rifiuto di ogni possibile accordo sempre più condizionata dai partiti estremisti messianici e dall’altro lato abbiamo visto la presa di potere da parte di Hamas di Gaza e quindi del fondamentalismo islamico che, non solo non ha accettato gli accordi di pace, ma che predica, nel suo statuto la distruzione di Israele.
Per inciso, Gad Lerner, in un suo recente libro colloca la rottura tra la sinistra ed il mondo ebraico italiano nel giorno di sabato 9 ottobre 1982, il giorno dell’attentato terroristico al Tempio Maggiore di Roma e a distanza di qualche giorno dalle stragi di Sabra e Shatila in Libano.
Questa premessa storica per dire che oggi, a mio parere, i partecipanti alle manifestazioni difficilmente possono essere ricondotti ad un quadro partitico e tra loro ci sono tante e tali diversità da rendere difficile anche la traduzione di una protesta in una soluzione o proposta politica. Ma su questo ci tornerò tra breve.
E dunque, per tornare alle manifestazioni, credo che sicuramente, al di là del tentativo di alcuni di appropiarsene, al di là di questo, io penso che la maggior parte di queste siano state spontanee, frutto del sentimento diffuso, anche tra chi vota partiti distanti dalla sinistra, di indignazione per il massacro di civili perpetrato e per il senso di immobilismo e di impotenza dimostrato dall’Europa nel cercare di fermare la guerra con proposte di soluzione politica ad un conflitto che, originato da un gruppo terroristico che ha ucciso uomini, donne e bambini solo perché ebrei, Hamas, compiendo un eccidio ingiustificato e ingiustificabile, ha portato lo stato di Israele e l’IDF, a condurre una campagna militare senza alcuna attenzione rispetto alla popolazione civile e a superare ogni limite alle regole internazionali e ad isolarsi dal contesto tra le nazioni oltre ad avere contro l’opinione pubblica mondiale.
Scritto questo appare evidente che nelle manifestazione a cui abbiamo assistito ci fosse di tutto. Ci fosse chi inneggiava alla Palestina ( dal fiume al mare il che vuol dire la negazione dello Stato di Israele ), ci fosse chi manifestava perché voleva la pace senza se e senza ma, ci fosse chi è contro il governo Meloni e chi vuole una utopia universale.
Ma è anche vero che per la prima volta dopo molti anni si è vista una partecipazione, soprattutto di giovani, spontanea, certo emotiva ed emozionale, ma pur sempre si tratta di partecipazione slegata dalla politica e dai partiti e questo è sicuramente un fatto nuovo e non scontato.
Così come un fatto nuovo e non scontata è apparsa l’assenza di leaders. E questo è un elemento da tener presente.
Così come, in queste manifestazioni, si è visto, forse per la prima volta, una massiccia anche se minoritaria rispetto al numero di partecipanti, la presenza di seconde generazioni e anche su questo fatto e su come sia necessario porre attenzione ai processi di integrazione, io credo, occorra fare una riflessione seria e non ideologica affinché nulla vada perduto o visto con superficialità o pregiudizio.
Fatte queste ricostruzioni e annoiato il lettore, io credo, tuttavia, che il presupposto fin qui descritto mi offra l’opportunità di aprire, certamente non in maniera esaustiva, la riflessione sul rapporto, un rapporto mai facile e scontato, tra la politica, i partiti e la piazza.
La piazza, per il popolo di sinistra, ha tradizionalmente, ha qualcosa di mitico, quasi di catartico rispetto ai compromessi del potere e di riconduzione ancestrale ad uno stato di purezza pre-politica nel tentativo di confermare il proprio ed unico legame indissolubile con il popolo.
Devo dire, sinceramente che, pur ritenendo importante e apprezzando questo sentimento, la mia cultura politica mi porta a valutare con un certo interesse queste visioni e questi legami, ma nello stesso tempo anche a mantenere un certo distacco da ogni significato retorico e eccessivamente ottimistico circa la capacità di influire poi le urne.
Se non ricordo male, c’era un vecchio socialista del secolo scorso, che amava ricordare “piazze piene, urne vuote” e questo lo affermava come monito alla eccessiva retorica del suo mondo.
La piazza è certamente importante per la politica perché segna, come un termometro, la temperatura sociale e, tuttavia, la piazza, nelle piazze, l’individuo perde la propria originalità distintiva e diventa massa, una massa che può essere anche “guidata” o che può frammentarsi in mille rivoli, anche in contrasto tra loro e dove, però, l’effetto emotivo prevale sulla razionalità.
Nella storia politica del nostro Paese la piazza è sempre stata un elemento presente in politica e ha condizionato anche le scelte dei partiti oltre che dei governi. Tuttavia, negli ultimi anni, se c’è stata una costante, questa è stata la “distanza” verso la politica dei partiti e la quasi incapacità dei partiti di “governare” le istanze che emergevano dalle piazze.
Il tema non è di secondo piano perché se le piazze hanno in prevalenza l’aspetto emotivo, la politica e quindi i partiti, dovrebbero avere il compito e la capacità di tradurre le istanze emerse in razionalità politica e proposte politiche da portare nei luoghi decisionali e di governo del Paese.
In sostanza bisognerebbe che la politica e quindi i partiti sapessero tradurre le istanze che la piazza propone e trasformarle in proposte di governo.
Ha scritto Giuliano Amato “ Va detto che non possiamo intendere per partecipazione politica soltanto quella che passava attraverso i partiti. Fu anzi contestato – e giustamente – che essi ne avessero il monopolio, perché anche altre formazioni intermedie possono generare partecipazione e qualunque manifestazione pubblica – un corteo, una assemblea – se fatta nel rispetto della legalità, può essere una più che legittima espressione di partecipazione politica. Il punto non è questo, anche perché queste forme partecipative non sono certo tramontate. Il punto è che esse possono servire a esprimere un’opinione, un atteggiamento verso ciò che le istituzioni politiche stanno facendo o non facendo, ma non generano quella interazione ripetuta e continua attraverso la quale si forgiano le visioni comuni, le identità collettive, le scelte condivise che poi si traducono in norma o azione pubblica. Era questa la specialità dei partiti, questa la fonte della loro specifica legittimazione a fornire l’ossatura della democrazia rappresentativa, questa la modalità più duratura e incisiva per il concorso dei cittadini alla determinazione della politica nazionale.”
E’ vero che questa “legittimazione” di cui scrive Amato già sul finire della Prima Repubblica risultava in crisi da tempo, ma, a me pare, che, dall’instaurarsi della c.d. seconda repubblica, questa capacità di traduzione dalla piazza alla politica sia totalmente sciamata e questo sia il frutto della debolezza manifesta dei partiti e dell’attenuazione degli stessi legami sociali che in passato i partiti mettevano in campo al fine di anticipare e comprendere i movimenti carsici presenti nella nostra società.
Certamente il post-tangentopoli con l’implosione del sistema politico e il sostanziale azzeramento dei partiti storici fondatori della Repubblica nel secondo dopoguerra e l’affermarsi di partiti personali, di un populismo che mira ad instaurare un rapporto privilegiato tra il leader ed suo “popolo”, la debolezza dei nostri corpi intermedi, di una classe dirigente del Paese ormai non all’altezza delle sfide globali e di un contesto internazionale molto molto difficile, insomma, tutto questo ha ulteriormente indebolito la capacità di lettura di ciò che c’è intorno alla politica riducendone la comprensione dei nuovi paradigmi interpretativi necessari per tradurre le emozioni in scelte politiche.
Ha scritto ancora Giuliano Amato “ I cittadini da interlocutori diventano tifosi, o a favore o contro, e si illudono di partecipare scaricando sui social commenti molto spesso apodittici e spesso oltraggiosi; mentre c’è chi tiene dentro di sé le proprie valutazioni cercando di capire chi, ai vertici, le condivide o le contrasta, in un tale sistema capita che non si aggreghino più i cittadini attraverso progetti sul futuro, ma cercando di dar loro ragione rispetto alle loro reazioni presenti. Nascono così facilmente aggregazioni contro piuttosto che aggregazioni per, giacché ciò che più si coglie nei cittadini sono i malumori le ansie per quanto viene accadendo e il modo per catturarne il consenso è quello di dichiararsi d’accordo con loro e di additare come nemici coloro a cui quelle ansie si possono retoricamente attribuire, si tratti delle élite ( bersaglio il più comune ), degli immigrati, della popolazione carceraria che riceve benefici penitenziari, dei transgender, degli omosessuali.”
Per riprendere il filo del ragionamento, il rapporto tra la piazza e la politica e quindi anche con gli strumenti della democrazia e cioè i partiti oggi, più che mai risulta complesso, ma anche imprescindibile per una democrazia, sia pur imperfetta, che vuole mantenere la qualità del suo essere e non scadere nel populismo né in forme autoritarie.
E dunque l’interrogarsi anche evidenziando i limiti che attualmente vediamo o pensiamo di vedere serve per meglio comprendere ciò che intorno a noi sta accadendo, ma anche i pericoli di movimenti estemporanei o emotivi che, se non trovano uno “sbocco” politico ed un “governo” delle emozioni rischiano o di disperdere un capitale umano o di cadere nella semplice protesta che, come si sa, non porta a nulla o addirittura finisce in mano alle frange estreme e violente.
Allora il tema diventa come i partiti oggi possono porsi senza diventare strumento della protesta, né raccoglitori di estremismi incapaci di ricondurre alla mediazione, ma viceversa essere portatori di una proposta politica nei luoghi decisionali.
Ed anche qui si, su questa ultimo aspetto, che si apre un ulteriore tema che è dato da quanto, oggi, siamo in grado di sostenere la democrazia rappresentativa e quindi i luoghi decisionali che conosciamo e cioè le assemblee degli eletti rispetto ad un vento che vuole sempre più ridurre questi luoghi e dare sempre più potere decisionale agli esecutivi o meglio a uomini o donne che parlano ed interloquiscono direttamente, senza mediazione, col loro popolo perché il popolo ha dato loro un mandato e questo mandato, secondo questa vulgata, non ha limiti.
Dunque, per concludere, il tema potrebbe essere o dovrebbe essere a questo punto come recuperare quel ruolo di collettori tra la società e i luoghi decisionali della politica, da parte dei partiti e, mi permetto di aggiungere, anche come far si che, anche gli altri corpi intermedi ( perché anche i partiti sono corpi intermedi in democrazia ), presenti nella nostra variegata società italiana, riprendano la propria vocazione e si riattivino in un percorso virtuoso, capace di produrre idee, ma anche classe dirigente per il Paese.
C’è a mio parere, tuttavia, rispetto al passato un fatto o meglio alcuni fatti, elementi nuovi.
La comparsa di nuovi soggetti nel panorama sociale ed economico italiano, nuovi soggetti che vanno sotto il nome di terzo settore, ormai affermatosi e capace di rappresentare un pezzo importante del Paese e, altro elemento ormai acclarato, il fallimento di politiche che vedevano la disintermediazione come la soluzione ai mali della politica italiana e alle sue lentezze decisionali.
Credo che da questi elementi si possa partire per cercare soluzioni anche alla crisi dei partiti e della politica.
E dopotutto da qualche parte bisogna pure iniziare. Anche ora.
Roberto Molinari
( questo contributo è stato pubblicato sulla newsletter della Fondazione dei Popolari Varesini nel mese di dicembre 2025 )
