Intervista di Malpensa 24 al Presidente della Fondazione dei Popolari Varesini

Intervista di Malpensa 24 al Presidente della Fondazione dei Popolari Varesini

Passera: «I Popolari in politica più attuali che mai. Il modello Varese lo conferma»

Andrea Della Bella

Fabio Passera

VARESE – La loro storia è iniziata quando la “Balena bianca” si è spiaggiata sulla sabbia di Mani Pulite. Anzi è proseguita. Con Mino Martinazzoli che nel 1994 ha fondato il Partito Popolare, riunendo “l’ala sinistra” della Democrazia Cristiana. Venne poi l’epoca in cui la politica nazionale si innamorò della botanica e dell’etologia dando vita a – piccoli – partiti floreal-bestiali. E così, i Popolari, dopo essere transitati nella Margherita, trovano il punto d’incontro con un’altra grande area delle politica sociale e danno vita al Partito Democratico.

E fino a pochi mesi fa, dei Popolari non si è più parlato se non in termini di singoli esponenti. Quasi mai in senso organico. Da qualche settimana invece i Popolari Varesini sono tornati con due iniziative, che hanno riscosso anche successo di pubblico e critica (si dice con i film belli): la presentazione di un libro su Alfredo di Dio e la mostra convegno su Alcide De Gasperi, organizzata in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Territoriale, la Regione Lombardia, la Fondazione De Gasperi, il Centro Culturale Massimiliano Kolbe, Persone e Città, Rete Popolare, Fondazione Popolari Varesini, Libertas e l’Università degli Studi dell’Insubria. Oltre alla diffusione di una newsletter e la costruzione di un sito. Ritorno al passato o sguardo sul futuro? L’abbiamo chiesto a Fabio Passera, ex sindaco di Maccagno, una vita nella Dc – fin da giovanissimo – e ora nel Pd, consigliere provinciale e presidente da qualche mese della Fondazione Popolari Varesini, realtà fondata nel 2006 (l’associazione è presieduta da Andrea Larghi)..

Fabio Passera, lei è il nuovo presidente dell’associazione Popolari Varesini. Ma fate riferimenti proprio a quei Popolari?
«Non è solo un riferimento nominale. È la nostra storia. Con la fine della Democrazia Cristiana, la corrente dei Popolari seguì Mino Martinazzoli che fondò nel 1994 il Partito, poi confluito nella Margherita e poi, dove siamo attualmente, nel Partito Democratico. Comunque sì, siamo “quei” Popolari. Anzi lo siamo sempre stati».

Una storia politica lunghissima, ma negli ultimi anni vissuta a “fari spenti”. Dei Popolari, inteso come gruppo, si erano perse un po’ le tracce. E poi, come una dolina carsica, riemergete. Perché la scelta di accedere i riflettori?
«Perché siamo in una fase storica in cui è sempre più forte il bisogno di un’ala cattolica all’interno del PD, che rimarchi la propria identità, la propria storia e i propri valori».

Dica la verita. Volete dare vita a una corrente dentro al partito varesino?
«La prima cosa da sapere è che non tutti coloro che sono iscritti all’associazione hanno anche la tessera del Partito Democratico. Questo per dire che non c’è la volontà e nemmeno le condizioni per dare vita a una corrente. Chi è iscritto al Pd, e io lo sono, lo è in maniera convinta».

Allora, forse, quel che non vi convince, o vi ha convinto a “uscire” dal guscio, è la linea politica del segretario Elly Schlein?
«Guardi, i Popolari per cultura politica sono fedeli al partito. La Democrazia Cristiana ha avuto diversi segretari e non tutti erano vicini alla nostra area. Eppure, non ci sono mai state scissioni, poiché sopra di tutti c’erano i valori generali condivisi. Poi, certo, le battaglie si facevano, ma dentro al partito. Questo per essere chiari: nessuna corrente nel PD».

Un riferimento un po’ nostalgico quello che ha appena fatto. Rimpianti?
«Nessuno. La Dc non tornerà più, e questa è una convinzione. Immortali invece, sono i valori e la cultura di chi ha vissuto quel modo di fare politica, non solo nei palazzi, ma anche e soprattutto nella società. Quei valori, quella cultura e le persone che tutt’oggi li condividono hanno contribuito in maniera decisiva a far nascere il Partito Democratico che, non dimentichiamolo, si basa sui diritti individuali, ma anche sulla dottrina sociale cara ai Popolari e intesa come vicinanza alle fragilità ai problemi sociali».

Cosa significa essere popolari oggi? Non c’è il rischio di voler a tutti i costi animare un simulacro che non c’è più?
«Non nego che il rischio c’è, ma nel momento in cui l’associazione diventa fine a se stessa. Nel momento in cui invece, è strumento per promuovere i nostri valori, recuperare la nostra storia e fare politica non solo di partito, ma nel senso di occuparsi della polis e delle persone l’essere Popolari diventa un modello anche per coinvolgere nuove persone».

Tutti dicono di voler allargare il consenso, magari senza avere presente il target politico a cui parlare. Voi a chi vi rivolgete? Ai riformisti? Ai moderati? E, visto i tempi, perché no, ai forzisti?
«Non sono le etichette che contano. Non è il potere per il potere. Il nostro fare politica è essere custodi dei nostri valori, ma anche persone capaci di calarli nel concreto, nella vita di tutti i giorni. Ogni nostra azione è politica e lo deve essere se davvero vogliamo cambiare il modo di farla e interpretarla».

Lei dice: “Non il potere per il potere”, che subito richiama e contraddice l’andreottiano motto “Il potere logora chi non ce l’ha”. Insomma, altro che la Dc è morta. Lei è un vero democristiano, non crede?
«Ne aggiungo un terzo, numero perfetto: “Il potere è lo sterco del diavolo”. Battute a parte, a noi non interessa il potere fine a se stesso. Bensì il potere di fare politica secondo i principi della dottrina sociale e in senso cattolico. L’impegno politico non solo in politica, ma nella società».

Bene, però poi arrivano le elezioni e senza i voti si fa poca strada. La chiamata alle urne è prossime nelle tre grandi città della nostra provincia. A Busto e Gallarate i Popolari non sono così… popolari. O ci sbagliamo?
«L’associazione conta adesioni anche da Busto, Gallarate e altri paesi della nostra provincia. Poi è vero, ci sono città o realtà nelle quali abbiamo difficoltà. Ecco, lì dobbiamo riaccendere l’entusiasmo per i nostri valori che sono più che mai attuali».

Mentre a Varese siete molto popolari: governate la città. Cosa ci dice della sfida alle amministrative del 2027?
«Lo chiede a me che sono di Maccagno? – ride Fabio Passera, ma non dribbla la domanda – Varese è la conferma di tutto quanto ho detto sin qui. L’esperienza amministrativa guidata da Davide Galimberti dimostra in città, dopo anni di leghismo, i nostri valori sociali e politici sono ancora vivi. E ciò significa che non siamo fuori dalla storia, ma siamo più che mai attuali».

( pubblicato da Malpensa 24 il 6 gennaio 2026 a firma Andrea Della Bella )