MA NO

MA NO

ROBERTO MOLINARI

Ahimè, premetto, non sono un tecnico della giustizia, né un giurista. Pertanto, le mie convinzioni sul prossimo referendum sono motivate solo da due fattori. Quello che leggo e ascolto e le mie personalissime convinzioni politiche.

Aggiungo un’ulteriore considerazione in premessa che dirà già molto su quello che sarà il mio voto nell’urna. Non sono un particolare fan delle modifiche costituzionali.

La nostra Costituzione fu scritta da uomini e donne di una saggezza infinita e le parole scolpite nel testo non sono solo il frutto di un tempo eccezionale, di un tempo “costituente” dove le ragioni degli uni portavano ad accettare anche le ragioni degli altri. Sono, queste parole e la Carta, portatrici di un equilibrio tra poteri dello Stato costruito da uomini e donne usciti dall’esperienza traumatica e devastante della guerra e dalla dittatura fascista con l’ansia e la paura che simili, tragiche esperienze non si ripetessero più.

Dunque sono “allergico” a interventi di tipo costituzionale perché non vedo spirito costituente e non vedo equilibrio nell’attuale classe politica, ma vedo prevalere letture ideologiche e toni urlati che non portano a una riflessione condivisa e pacata.

Ma, venendo a noi, vorrei socializzare le mie perplessità da cittadino comune dotato di coscienza politica e non certo, come già scritto, da tecnico giuridico.

La prima, banale. Una riforma costituzionale dovrebbe essere condivisa, frutto di una discussione, di un confronto, di modifiche e di miglioramenti. Qui siamo di fronte a un testo che così com’è entrato in Parlamento è uscito. Segno dell’assenza di un atteggiamento “costituente” e del prevalere delle ragioni ideologiche o di maggioranza.

Seconda perplessità. Una riforma di questo tipo dovrebbe essere utile, portare vantaggi al cittadino comune. A me sembra invece totalmente incentrata, nei suoi obiettivi, nel solo affermare un principio, quello del magistrato inquirente quale corpo distinto dal giudice giudicante, principio sacrosanto, ma già presente e attuato.

In sostanza il quesito referendario nulla porta a un recupero dell’efficienza della giustizia nel sistema Italia, ma rischia, viceversa, di aggravarne i difetti. Nulla vi è su come abbreviare i tempi della giustizia, nulla vi è su come migliorare il sistema e su come evitare errori. Il caso Tortora tanto citato fu un caso di mala giustizia non di separazione delle carriere e delle funzioni.

Si parla in maniera pretestuosa di evitare commistioni tra giudici giudicanti e PM o avvocati. Ma, a prescindere che le commistioni possono sempre avvenire e riguardano i singoli comportamenti, va altresì ricordato che la riforma Cartabia limita il passaggio da PM a Giudice giudicante e viceversa e lo fa in maniera precisa e rigorosa, tant’è che già ora i passaggi al riguardo sono minimi e ridottissimi.

E ancora. La duplicazione dei CSM, con conseguenti nuove regole di elezione, l’Alta Corte, ma soprattutto il tema del sorteggio per la composizione di questi organi.

Si dice che solo così si spezza la “dittatura” delle correnti in magistratura e la politicizzazione della giustizia, ma, se c’è un obbrobrio, questo è proprio quello del sorteggio.

A parte il fatto che l’alea potrebbe determinare che i sorteggiati siano tutti della stessa corrente o peggio, si pensa davvero che il sorteggio sia lo strumento più indicato per favorire merito, competenza, equilibrio, preparazione ed esperienza?

Già, ma allora, se questo metodo è così panacea, perché non sorteggiamo anche tra 40 milioni di italiani aventi diritto attivo e passivo facenti parte del corpo elettorale, i Deputati e i Senatori? O perché non sorteggiamo anche il Presidente della Repubblica tra coloro che lo devono eleggere a Camere riunite?

Avere percorsi di studi diversi o meglio di selezione e concorsi diversi non aiuta a possedere una cultura giuridica che porti alla reciproca comprensione e un comune linguaggio condiviso. Inoltre, e ciò mi lascia perplesso, il futuro PM non dovrà ricercare la verità, anche all’interno del dibattimento, ma solo vincere le cause perché è su questo che sarà giudicato e valutato.

Insomma, un PM all’americana, sistema che, francamente, va bene per chi ha la cultura del Far West e non per chi è cresciuto sui testi del diritto romano, testi che hanno fondato la nostra civiltà giuridica. In ultima istanza, penso che questo Paese abbia bisogno sì di una riforma della giustizia, ma con ben altri presupposti ed obiettivi. Cosa che è perseguibile con leggi ordinarie e non con interventi sulla Costituzione.

Penso quindi che si debba lavorare affinché i processi non durino anni. Che le indagini non portino al martirio delle persone e ad assoluzioni dopo tempi infiniti. E che chi sbaglia, per colpa o dolo, ma anche per manifesta incapacità, non sia promosso. E forse forse anche una riflessione sulla obbligatorietà dell’azione penale dovrebbe essere aperta. Su questi temi, su questi argomenti la presente riforma Nordio non solo non dice nulla, ma probabilmente, come si suol dire “ fa orecchie da mercante ”.

Insomma, io vedo tante ragioni per il NO e poche, pochissime per il SÌ.

E, aggiungo, una percezione. Ad oggi ci chiedono di votare un SÌ dando una delega in bianco al legislatore perché dei decreti attuativi non sappiamo nulla o quasi.

Ma attenzione, se leghiamo insieme, poi, questa riforma, alla delega in bianco che ci richiede il Ministro Nordio, la riforma elettorale, oggi proposta, simil legge “Acerbo”, col suo sproporzionato premio di maggioranza, beh, allora un tantino di preoccupazione su dove si sta portando questo Paese francamente comincio ad averla.

( pubblicato da www.rmfonline.it del 6 marzo 2026 )